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2001: Relazione approvata dal Consiglio Generale FIEI 


La relazione del segretario della FIEI Rodolfo Ricci, approvata dal Consiglio Generale svoltosi il 29 Gennaio 2001 a Roma, presso la sede nazionale della CGIL.

  

"E‘  ormai trascorso oltre un mese dalla conclusione della I° Conferenza degli Italiani nel Mondo.

Anche se a così vicina scadenza non appare possibile,  evidentemente, tirare un consuntivo sui suoi esiti, è purtuttavia legittimo dare un giudizio sul suo svolgimento, che è un giudizio complessivamente positivo, seppure, doverosamente, diversificato: è positivo relativamente alla novità dei contributi emersi che raccolgono in gran parte una discussione ed un dibattito avviato oltre dieci anni or sono; in questo senso riteniamo che l'emigrazione italiana abbia mostrato un notevole livello di maturità nelle analisi e nelle indicazioni fornite; soprattutto, al di là di quella che è stata più volte definito come pacchetto emigrazione (o, con giudizio più critico, la famosa "lista della spesa"), colpisce positivamente l'organicità della valutazione relativa ai contesti generali delle aree continentali e alla nuova posizione che coscientemente, gli italiani nel mondo assumono dentro un quadro globale in rapido mutamento. Ciò era già emerso con forza nella discussione e nei documenti usciti dalle preconferenze, che per certi aspetti avevano raggiunto livelli di analisi e di proposta più approfonditi e interessanti di quelli conclusivi.

 

Bisogna tuttavia sottolineare come queste valutazioni siano più il punto di arrivo di una riflessione iniziata come già detto, molti anni or sono, a partire dalla questione dell‘"emigrazione come risorsa", -che costituisce una chiave di lettura importante, nella sua capacità di individuare problemi ed opportunità della presenza italiana nel mondo-, in grado di giustificare e legittimare con forza tutta la numerosa serie di misure e di interventi richieste dalla conferenza, sia sul piano sociale, che su quello cultrale ed economico.

 

Allo stesso tempo non si può però ignorare che questa lettura rischia di essere interpretata in termini generici e unidirezionali, come dimostra l'unanimismo talvolta eccessivo con cui essa viene accettata, e, parallelamente, la forzatura nazionalistica che essa può far emergere, soprattutto quando se ne accentuano esclusivamente le ricadute economiche: questa visione per la quale, in fase di globalizzazione, la presenza italiana nel mondo costituisce un potenziale di sviluppo delle relazioni economiche dell'Italia verso i paesi di residenza, allo stesso modo in cui la Gran Bretagna o la Francia o la Spagna dispongono del grande elemento pervasivo delle loro lingue e culture nazionali, delle loro storie di conquista coloniale, non appare a nostro parere, soddisfacente.

Questo approccio implica che la presenza italiana nel mondo sia vista in un quadro interpretativo da potenza nazionale, assai rischioso e strumentale, per un verso, e abbastanza demagogico e poco realistico dall'altro; sotto questa ipotesi che affascina molto gli adepti della „business community“, si celano a nostro parere due errori consistenti: il primo è quello per il quale si ipotizza che l'identità italiana nel mondo sia la stessa di quella presente in madrepatria (la quale peraltro risulta così diversificata a livello regionale da improntare gran parte del dibattito politico istituzionale degli ultimi anni con la questione del federalismo); il secondo è  quello per il quale in un regime di sempre più vasta internazionalizzazione e globalizzazione, si continua a ragionare utilizzando variabili riconducibili essenzialmente ai fattori nazionali, auspicando molto improbabili politiche di potenza.

Ma forse la dimenticanza più grave è quella di ignorare che la presenza italiana nel mondo, anche quella relativa al mondo imprenditoriale (che per inciso non corrisponde affatto, né quantitativamente, né qualitativamente, alla dimensione dei circa 25.000 imprenditori, iscritti alle Camere di Commercio italiane all‘estero; solo in Germania se ne stimano oltre 60.000 tra artigiani, piccoli e medi imprenditori, con problematiche e fabbisogni molto diversificati) è il risultato di dinamiche economiche e di scelte poltiche precise, relative a fasi storiche di globalizzazione precedenti dei mercati, e di modalità di sviluppo del capitalismo mondiale, che sono del tutto analoghe alle attuali. Cambiano i paesi, il colore di chi emigra, ma i fattori di base sono gli stessi.

 

Noi pensiamo invece, che, proprio per questo, quando parliamo di italiani nel mondo parliamo in realtà di dinamiche globali, parliamo di emigrazione e di immigrazione, parliamo di identità e di ispirazioni che sono multiple (anche tra gli italiani nel mondo) e poiché, tendenzialmente si procede verso dinamiche economiche, politiche e culturali, sovranazionali, l'approccio che dobbiamo tenere verso questa realtà non puó che essere improntata da prospettive di cooperazione multilaterale e riequilibrio tra aree e Paesi, di accettazione e promozione della interculturalità in ogni ambito, di riaffermazione di diritti universali e indivisibili, che sono in ultima istanza, gli obiettivi veri di questa fase storica che supera la dimensione degli stati nazionali.

Vuol dire, se ci si può consentire una sintesi estrema, che operare a favore degli italiani nel mondo, deve significare operare, per esempio, per lo sviluppo economico dei Paesi dell'intero continente latino-americano, operare per il riequilibrio delle ragioni di scambio tra nord  e sud e per la riduzione del debito di questi Paesi; significa spingere per la realizzazione compiuta dell'integrazione politica a livello di Unione Europea; significa combattere ogni atteggiamento xenofobo o razzista, sostenere l'opportunità di politiche di integrazione sociale, nel riconoscimento dei diritti universali dei cittadini, ormai tutti, anche quelli che si considerano stanziali, sempre di più coinvolti in dinamiche di mobilità accentuata -se non di emigrazione-, sia dentro i singoli Paesi sia da Paese a Paese. Significa infine lavorare per l'affermazione dello stato sociale, che dovrà pur essere rivisto ed aggiornato, ma che non può essere ridotto in nessun caso, a mero ammortizzatore delle dinamiche autonome e non partecipate di un capitale che intende muoversi evitando ogni processo di costruzione democratica delle scelte, secondo il principio che si privatizzano i profitti e tuttalpiù si socializzano le perdite !

 

Ecco che in questa prospettiva, assumono un rilievo diverso tutta una serie di indicazioni e misure specifiche scaturite dalla conferenza: al di là degli interventi settoriali di cui solo l'Italia è istituzionalmente responsabile, i Piani Paese, richiesti da anni a gran voce dalla gran parte dell'emigrazione organizzata, in particolare dalle nostre organizzazioni, dovranno essere inquadrati in contesti non generici, e raccogliere coerentemente tutte le necessità riconducibili alle situazioni date, che non sono purtroppo tutte dipendenti dal nostro volere, ma sulle quali possiamo comunque incidere. Allo stesso tempo andranno chiarite bene quali siano le priorità dell'intervento italiano; non è infatti concepibile che la medesime misure e i medesimi approcci valgano per il Canada o per l'Argentina, o per la Germania; e neanche è immaginabile che all'interno dei singoli paesi di residenza, siano applicabili le stesse misure: per fare un ulteriore esempio, la situazione degli italiani del Baden-Württenberg, o dell‘Assia o del Nord Reno-Westfalia, mostra degli indicatori molto diversi da quella di altre zone della Germania sia a livello di scolarizzazione che di qualificazione professionale che di percentuale di disoccupazione; la situazione degli italiani presenti a Recife o a Rio de Janeiro, è diversa da quella dell'area metropolitana della Grande San Paolo e ancor più delle aree rurali del Paranà o del Rio Grande do Sul, ove, molti nostri connazionali sono tuttora alle prese con la lotta contro i latifondisti siano essi brasiliani o siano le grandi multinazionali del transgenico proprietarie di enormi distese di terre, tentando di creare situazioni economiche su base cooperativa o associata; la situazione che si riscontra in Argentina o in Uruguay è ancora diversa, essendo legata agli effetti dirompenti sul piano sociale delle politiche economiche attuate in questi Paesi.

 

E' su questi temi che la rappresentanza del CGIE avrà molto da dire e soprattutto avrà l'occasione di far valere la propria competenza e capacità di indirizzare correttamente gli interventi e le modalità di attuazione degli stessi in ogni materia.

Ed appare chiaro che proprio su questo, al di là degli interessi specifici rilevabili nelle singoli circoscrizioni consolari,  che spesso ricordano un certo campanilismo nazionale, si gioca la capacità di questo organismo di esprimere degli indirizzi coerenti e in ultima analisi di fare davvero politica.

Una politica che non può essere sempre indistintamente improntata alla tentazione dell'unanimismo; i temi accennati infatti possono introdurre potenti elementi di discrimine tra visioni e obiettivi diversi; obiettivi che non debbono per forza essere riconducibili alla dinamica dei partiti (essenzialmente interessati al quadro nazionale -e non può essere diversamente-), quanto ad una capacità di analisi e rappresentazione politica transnazionale, in grado di definire la ricchezza e la originalità di questa presenza e fondarne una relativa autonomia da un interpretazione italocentrica che a finora contraddistinto questo nostro settore.

 

Le cose che andiamo dicendo sono state chiaramente indicate anche negli interventi degli oltre 200 parlamentari di origne italiana, durante questa conferenza svoltasi nel novembre scorso. In quell'occasione è apparsa con chiarezza la potenzialità formidabile che sul piano politico riveste questa presenza: i temi toccati dalla grande maggioranza dei connazionali o oriundi eletti nei paesi di residenza, la richiesta di cooperazione e collaborazione con l'Italia, uno dei grandi Paesi del G-8, hanno toccato i punti salienti delle dinamiche e delle problematiche economico-sociali e politiche mondiali. In questo senso indubbiamente, si è manifestato i questa occasione, un potenziale enorme di relazioni positive e l'opportunità di stringere raccordi solidali, non generici e di grande prospettiva con questi Paesi, in grado di integrare una politica estera che potrebbe quindi vantare nuovi importanti interlocutori.

 

Le tentazioni unanimistiche e l'unitaretà a qualisiasi condizione -sintomatico a tal proposito l'intervento di Tremaglia nella plenaria della Conferenza, in cui il parlamentare di A.N. ha proposto la lista unica degli emigrati alle prossime elezioni- hanno contraddistinto gli ultimi anni di attività del CGIE e dell'Associazionismo a livello nazionale.

La cosa è abbastanza ovvia, se si pensa che questo è il risultato dell'intrinseca debolezza del mondo dell'emigrazione organizzata, sia a livello partitico che associativo, nel far valere a livello istituzionale la richiesta di legittima rappresentanza degli italiani nel mondo.

Lo stesso scarso risultato in termini di partecipazione di parlamentari ai lavori della conferenza e, ancor più grave, di visibilità sui mass-media nazionali, conferma che la presenza dei circa 4 milioni di italiani nel mondo viene tuttora vissuta con le sue richieste di rappresentanza, come un fastidiosa intrusione da settori importanti del mondo politico ed istiuzionale del Paese.

La necessitá di affermare l'esercizio di voto all'estero e la costituzione di una propria rappresentanza, -che ha vantato convinti sostenitori e abili detrattori pressochè in tutte le forze politiche presenti in parlamento- ha amplificato a dismisura questa prassi "unitaria". I risultati, pur in parte positivi, di questa collaborazione non hanno ancora raggiunto l'obiettivo auspicato, su cui bisogna quindi insistere con forza; ma ciò non giustifica di per sé l'interpretazione di un rapporto tra le forze politiche che continui ad essere così impregnata dal fare fronte comune: non è infatti detto che esso contribuisca a rendere più veloce e certo l'iter di approvazione di questo diritto, né a varare le misure richieste dalla Conferenza.

E soprattutto questa prassi, nell'accentuazione del tema VOTO all'estero, rischia di emarginare e di rendere improduttivo il potenziale interculturale e di dibattito e riflessione transnazionale rappresentato dal CGIE.

In ogni caso, riteniamo che vada superata l‘insistente collateralità di molte delle forze organizzate dell'emigrazione sulle volontà dei partiti, i quali hanno la loro piena legittimità di adoperarsi per il raggiungimento delle finalità che ritengono prioritarie, ma ciò che non possono fare è aspirare a rappresentare questo universo molteplice e vasto, nella sua interezza.

 

Questo ragionamento ci porta a introdurne un altro, fondamentale, relativo all'associazionismo, alle sue difficoltà attuali, e alle possibili linee di riorganizzazione.

La differenza obiettiva che lo contraddistingue è il muoversi in contesti misti, parte italiani, parte dei paesi di residenza; entrambi questi contesti sono stati storicamente ambiti paritari di intervento delle associazioni, ma molte hanno accentuato a dismisura la dimensione italiana, talvolta come conseguenza dell‘incapacità di rapportarsi adeguatamente al contesto locale.

Gran parte della rappresentanza espressa da questo mondo è ancora legata a tale approccio.

Ora, il contesto italiano, è, per una associazione situata nel nord europa o oltreoceano, qualcosa da tener presente, ma non è assolutamente prioritario. Prioritaria è la sua capacità di interloquire con il contesto locale, e allo stesso tempo acquisire o trasferire risorse e saperi dal, e al, contesto italiano.

E' quindi una realtà intrinsecamente interculturale. Questa sua valenza le consente di avere una identità mista, non riassumibile solo nell'una o nell'altra cultura nazionale.

E' questa valenza, questa caratteristica, che costituisce la forza di questa forma organizzativa; e solo nella misura in cui si riesce a tutelarla, e a svilupparla, si è in grado di mantenerne una potenzialità ed originalità.

Se ragioniamo in prospettiva, soprattutto verso il mondo giovanile, comprendiamo bene il perché spesso le realtà associative sono andate indebolendosi: le ultime generazioni sono proprio quelle a cui interessa essenzialmente trovare il raccordo, il luogo, fisico e ideale che ne rappresenti la costitutiva biculturalità. Ove questo luogo non c'è, ove essi si trovano di fronte ad un associazionismo „unilaterale“ (prettamente volto all‘Italia, spesso tra l‘altro, solo nelle ambizioni), decade anche il loro interesse; finisce l'associazionismo.

La FIEI, che è una Federazione dell'emigrazione e dell'immigrazione, deve porre su tali temi, una grande attenzione; dalla valorizzazone di queste caratteristiche, discende infatti il ruolo originalissimo che la Federazione può svolgere. Anche in ciò sta, crediamo, la novità della FIEI rispetto alle due organizzazioni che l'hanno promossa.

Pensiamo cioè che si sia conclusa definitivamente una fase storica contraddistinta dal collateralismo  verso le forze politiche, e crediamo si sia anche conclusa del tutto la fase in cui l'associazionismo nazionale pretendeva di costituire riferimento esaustivo di tante realtà aggregative a livello regionale o all'estero, solo in quanto situato, diciamo così, geograficamente, nella capitale.

Oggi riusciamo ad essere riferimento e ad avere capacità di orientamento e coordinamento solo in quanto siamo capaci di recepire tutte le singolarità e gli stimoli che ci arrivano dalle nostre organizzazioni nei vari Paesi o dalle varie regioni.

E lo stesso pensiamo possa valere per le organizzazioni regionali italiane aderenti alla Federazione.

 

In questo senso c'è da progettare un modello organizzativo a rete, non centralistico, capace di valorizzare il meglio dovunque esso si trovi. E' un lavoro arduo, ma certo stimolante e al passo con i tempi e con le necessità. Dobbiamo quindi aprirci a realtà nuove, che sono contigue, ma non necessariamente organiche alle nostre. Un nuovo associazionismo sta in più parti emergendo, legato alla cooperazione, internazionalista, solidale, che opera sull'emigrazione e sull'immigrazione, in Italia come negli altri Paesi. Dobbiamo avere la capacità di superarne la frammentazione e di offrire delle sponde di comunicazione e di visibilità a queste nuove realtà.

In questo senso la FIEI deve aprirsi ulteriormente, consapevole che da questa sua capacità, dipende in gran parte il successo di una ipotesi ambiziosa.

 

E proprio per questa sua natura la FIEI si impegna ad approfondire il rapporto di collaborazione con la CGIL, e con le altre organizzazioni dallo SPI, all'INCA, a quelle che operano in ambito di Cooperazione Internazionale.

Il protocollo di collaborazione sottoscritto a dicembre, deve essere vissuto come condizione di partenza e non di arrivo di un progetto più ampio. Le sinergie che possono svilupparsi in questo ambito sono molte, e vanno dal rafforzamento reciproco in termini di capacità di rappresentanza, a quelle più operative finalizzate a dare risposta ai bisogni sociali e culturali che in ogni area sono presenti.

Ed anche in questo senso, dobbiamo impegnarci a costruire una posizione in grado di fornire indicazioni ed orientamento alle associazioni collegate, su tutto il versante dei servizi, cioè della capacità di dare risposte coerenti alla domanda sociale che emerge nei luoghi in cui esse agiscono.

La collaborazione progettuale con le strutture CGIL, la definizione di iniziative comuni ai vari livelli territoriali e settoriali, sono quindi degli impegni chiari che dobbiamo aver presente per l'anno in corso e per gli anni futuri. E in questo senso va anche detto che questa collaborazione può risultare molto importante per la Confederazione, nella misura in cui può disporre di un rapporto privilegiato con una organizzazione che sa muoversi in un contesto del tutto specifico, in grado di saldare le questioni dell‘emigrazione con quelle dell‘immigrazione.

 

Care compagne e compagni, non possiamo, in conclusione ingnorare come il percorso di realizzazione di una unità di intenti e di obiettivi tra le due maggiori organizzazioni che hanno dato vita alla FIEI, l'Istituto F.Santi e la FILEF, sia stato complesso e caratterizzato da contraddizioni e talvolta incomprensioni, sia a livello nazionale che in diverse realtà locali.

 

Abbiamo sottolineato più volte che la FIEI non assorbe o conclude queste due esperienze, che restano, nella loro autonomia operativa e gestionale. Tuttavia dobbiamo aver chiaro che il progetto FIEI non costituisce una semplice sommatoria delle due sigle, esso è un progetto che ambisce ad essere più vasto. Dobbiamo quindi essere in grado di concepire un quadro di azione che tuteli tutti questi suoi momenti; FILEF e F.Santi devono consolidare la propria capacità operativa nel quadro di priorità politiche, la cui individuazione e precisazione è un impegno richiesto alla FIEI;  una FIEI che deve quindi acquisire e a cui va riconosciuta dai soggetti aderenti, la funzione di luogo di ulteriore approfondimento degli orientamenti politici generali.

 

In questo quadro, per i prossimi mesi, va data attuazione ad un programma di iniziative FIEI che, assieme ai contenuti indicati, dia al contempo visibilità deguata al notevole lavoro realizzato in questi due ultimi anni dalle due organizzazioni; si tratta di interventi di studio, ricerca, orientamento, che si muovono senza dubbio dentro le linee interpretative che abbiamo accennato e che hanno già, acquisito il riconoscimento di molti soggetti.

 

La presentazione di questo lavoro può costituire un momento di dibattito e riflessione da portare al livello regionale e locale, in Italia e all'estero, che ritorni arricchito di proposte e di indicazioni.

 

Le ricerche realizzate comunemente da strutture del Santi, della FILEF e della CGIL, sul lavoro autonomo e la piccola impresa in emigrazione realizzate in Canada, Germania, Francia, Belgio, Gran Bretagna, l'analisi dei fabbisogni formativi dei giovani italiani residenti nei paesi della U.E., gli interventi di orientamento alla creazione di impresa realizzati in Francia, Belgio e Gran Bretagna, gli interventi di formazione alla cooperazione economica svolti in Brasile ed in Uruguay, la ricerca sull'associazionismo e la guida alle questioni previdenziali per gli immigrati extracomunitari in Italia, il convegno sulla salute dei cittadini extracomunitari nel nostro paese, la ricerca sulla nuova emigrazione al seguito delle imprese, sono lavori unici ed originali, in cui abbiamo avuto già modo di implementare le risorse umane della FILEF, del F.Santi e di altre organizzazioni a noi vicine.

 

Presentare i risultati di questo lavoro ci può consentire di evidenziare le competenze di cui dispongono le nostre organizzazioni e di indirizzare alcuni interventi che i nostri regionali possono avviare, in accordo con le istituzioni locali, tantopiù che entro l'anno dovrà svolgersi l'altra importante assise attesa da anni: quella Conferenza Stato-Regioni-CGIE, sulla quale dobbiamo essere in condizione di sviluppare una piattaforma convincente e praticabile che sintetizzi l'approccio che le Regioni e gli altri enti locali dovranno avere in questo settore.

C'è un'altra iniziativa a cui stiamo da tempo lavorando; essa consistente nel varo di un progetto di livello nazionale da applicarsi regione per regione, provincia per provincia, destinato alle scuole e finalizzato al recupero della memoria storica delle migrazioni italiane come premessa alla comprensione degli attuali fenomeni immigratorie in Italia e in Europa.

Essa potrá costituire un importante contributo ad una battaglia culturale di progresso tesa al recupero delle ragioni della tolleranza e della comprensione tra popoli ed etnie diverse, in Europa e nel nostro paese, in un momento in cui si assiste al riemergere di tentazioni autoritarie, razziste e xenofobe, che allignano in molti settori della nostra società e che le destre interpretano nel modo più rozzo e pericoloso.

 

Anche per questo, al di là di considerazioni che diamo per scontate, relative ai diversi modelli di società, di sicurezza, di welfare che i due poli hanno in mente, la FIEI auspica possa essere mantenuto e rafforzato il quadro dei diritti e delle tutele sociali messe in pericolo dalle proposte che vengono avanti da settori conservatori dello spettro politico italiano anche in occasione di questa imminente campagna elettorale.

Una campagna elettorale che speriamo vivamente possa avere tra i protagonisti, i nostri connazionali emigrati sia come elettori, che come candidati. In questo senso, non possiamo non rilevare l'atteggiamento gravemente contrario all'esercizio di voto all'estero, di una forza politica come Forza Italia, che ha mirato con continue, successive ambiguità a far sì che questa opportunità sfumasse. Né, crediamo valgano le preoccupazioni emerse da più parti, relative alle difficoltà tecniche dell'esercizio di voto: non è davvero comprensibile che un Paese come l'Italia, tra i primi sei paesi industrializzati al mondo, non abbia la capacità tecnica di organizzare il voto degli italiani all'estero.

 

Questa relazione non può essere come comprendete, esaustiva di tutte le questioni che ci troviamo di fronte; d'altra parte, dopo oltre un anno di complessa gestazione, la FIEI dopo la firma dell'accordo di collaborazione con la CGIL, si trova solo ora nelle condizioni oggettive per operare; questa assemblea, non può che essere il momento iniziale di una riflessione che non si conclude né oggi, né nel giro di poche settimane; riteniamo che i contesti in cui ci troveremo impegnati ad operare non siano delineabili facilmente, a priori; il progetto FIEI non può che essere un work in progress, sia sul piano dell'elaborazione e dell'azione politica, sia su quello più prettamente operativo.

 

Vogliamo che da questa assemblea giungano stimoli ed indicazioni per arrivare ad un prossimo Consiglio Generale in cui definire una progettualità più concreta per l'anno in corso, da approvare assieme al bilancio di previsione 2001; in tal senso, l'incontro di oggi vuole avere una natura aperta e di riflessione comune; la proposta è che quindi, al termine della discussione odierna, si insedi un gruppo di lavoro che presenti alla prossima occasione una piattaforma definita che costituisca orientamento e programma per l'organizzazione sia a livello centrale che periferico."

 



Federazione Italiana Emigrazione - Immigrazione

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