2001:
Relazione approvata dal
Consiglio Generale FIEI
La
relazione del segretario della
FIEI Rodolfo Ricci, approvata
dal Consiglio Generale svoltosi
il 29 Gennaio 2001 a Roma,
presso la sede nazionale della
CGIL.
"E‘
ormai trascorso oltre un
mese dalla conclusione della I°
Conferenza degli Italiani nel
Mondo.
Anche
se a così vicina scadenza non
appare possibile,
evidentemente, tirare un
consuntivo sui suoi esiti, è
purtuttavia legittimo dare un
giudizio sul suo svolgimento,
che è un giudizio
complessivamente positivo,
seppure, doverosamente,
diversificato: è positivo
relativamente alla novità dei
contributi emersi che raccolgono
in gran parte una discussione ed
un dibattito avviato oltre dieci
anni or sono; in questo senso
riteniamo che l'emigrazione
italiana abbia mostrato un
notevole livello di maturità
nelle analisi e nelle
indicazioni fornite;
soprattutto, al di là di quella
che è stata più volte definito
come pacchetto emigrazione (o,
con giudizio più critico, la
famosa "lista della
spesa"), colpisce
positivamente l'organicità
della valutazione relativa ai
contesti generali delle aree
continentali e alla nuova
posizione che coscientemente,
gli italiani nel mondo assumono
dentro un quadro globale in
rapido mutamento. Ciò era già
emerso con forza nella
discussione e nei documenti
usciti dalle preconferenze, che
per certi aspetti avevano
raggiunto livelli di analisi e
di proposta più approfonditi e
interessanti di quelli
conclusivi.
Bisogna
tuttavia sottolineare come
queste valutazioni siano più il
punto di arrivo di una
riflessione iniziata come già
detto, molti anni or sono, a
partire dalla questione
dell‘"emigrazione come
risorsa", -che costituisce
una chiave di lettura
importante, nella sua capacità
di individuare problemi ed
opportunità della presenza
italiana nel mondo-, in grado di
giustificare e legittimare con
forza tutta la numerosa serie di
misure e di interventi richieste
dalla conferenza, sia sul piano
sociale, che su quello cultrale
ed economico.
Allo
stesso tempo non si può però
ignorare che questa lettura
rischia di essere interpretata
in termini generici e
unidirezionali, come dimostra
l'unanimismo talvolta eccessivo
con cui essa viene accettata, e,
parallelamente, la forzatura
nazionalistica che essa può far
emergere, soprattutto quando se
ne accentuano esclusivamente le
ricadute economiche: questa
visione per la quale, in fase di
globalizzazione, la presenza
italiana nel mondo costituisce
un potenziale di sviluppo delle
relazioni economiche dell'Italia
verso i paesi di residenza, allo
stesso modo in cui la Gran
Bretagna o la Francia o la
Spagna dispongono del grande
elemento pervasivo delle loro
lingue e culture nazionali,
delle loro storie di conquista
coloniale, non appare a nostro
parere, soddisfacente.
Questo
approccio implica che la
presenza italiana nel mondo sia
vista in un quadro
interpretativo da potenza
nazionale, assai rischioso e
strumentale, per un verso, e
abbastanza demagogico e poco
realistico dall'altro; sotto
questa ipotesi che affascina
molto gli adepti della
„business community“, si
celano a nostro parere due
errori consistenti: il primo è
quello per il quale si ipotizza
che l'identità italiana nel
mondo sia la stessa di quella
presente in madrepatria (la
quale peraltro risulta così
diversificata a livello
regionale da improntare gran
parte del dibattito politico
istituzionale degli ultimi anni
con la questione del
federalismo); il secondo è
quello per il quale in un
regime di sempre più vasta
internazionalizzazione e
globalizzazione, si continua a
ragionare utilizzando variabili
riconducibili essenzialmente ai
fattori nazionali, auspicando
molto improbabili politiche di
potenza.
Ma
forse la dimenticanza più grave
è quella di ignorare che la
presenza italiana nel mondo,
anche quella relativa al mondo
imprenditoriale (che per inciso
non corrisponde affatto, né
quantitativamente, né
qualitativamente, alla
dimensione dei circa 25.000
imprenditori, iscritti alle
Camere di Commercio italiane
all‘estero; solo in Germania
se ne stimano oltre 60.000 tra
artigiani, piccoli e medi
imprenditori, con problematiche
e fabbisogni molto
diversificati) è il risultato
di dinamiche economiche e di
scelte poltiche precise,
relative a fasi storiche di
globalizzazione precedenti dei
mercati, e di modalità di
sviluppo del capitalismo
mondiale, che sono del tutto
analoghe alle attuali. Cambiano
i paesi, il colore di chi
emigra, ma i fattori di base
sono gli stessi.
Noi
pensiamo invece, che, proprio
per questo, quando parliamo di
italiani nel mondo parliamo in
realtà di dinamiche globali,
parliamo di emigrazione e di
immigrazione, parliamo di
identità e di ispirazioni che
sono multiple (anche tra gli
italiani nel mondo) e poiché,
tendenzialmente si procede verso
dinamiche economiche, politiche
e culturali, sovranazionali,
l'approccio che dobbiamo tenere
verso questa realtà non puó
che essere improntata da
prospettive di cooperazione
multilaterale e riequilibrio tra
aree e Paesi, di accettazione e
promozione della interculturalità
in ogni ambito, di
riaffermazione di diritti
universali e indivisibili, che
sono in ultima istanza, gli
obiettivi veri di questa fase
storica che supera la dimensione
degli stati nazionali.
Vuol
dire, se ci si può consentire
una sintesi estrema, che operare
a favore degli italiani nel
mondo, deve significare operare,
per esempio, per lo sviluppo
economico dei Paesi dell'intero
continente latino-americano,
operare per il riequilibrio
delle ragioni di scambio tra
nord
e sud e per la riduzione
del debito di questi Paesi;
significa spingere per la
realizzazione compiuta
dell'integrazione politica a
livello di Unione Europea;
significa combattere ogni
atteggiamento xenofobo o
razzista, sostenere l'opportunità
di politiche di integrazione
sociale, nel riconoscimento dei
diritti universali dei
cittadini, ormai tutti, anche
quelli che si considerano
stanziali, sempre di più
coinvolti in dinamiche di
mobilità accentuata -se non di
emigrazione-, sia dentro i
singoli Paesi sia da Paese a
Paese. Significa infine lavorare
per l'affermazione dello stato
sociale, che dovrà pur essere
rivisto ed aggiornato, ma che
non può essere ridotto in
nessun caso, a mero
ammortizzatore delle dinamiche
autonome e non partecipate di un
capitale che intende muoversi
evitando ogni processo di
costruzione democratica delle
scelte, secondo il principio che
si privatizzano i profitti e
tuttalpiù si socializzano le
perdite !
Ecco
che in questa prospettiva,
assumono un rilievo diverso
tutta una serie di indicazioni e
misure specifiche scaturite
dalla conferenza: al di là
degli interventi settoriali di
cui solo l'Italia è
istituzionalmente responsabile,
i Piani Paese, richiesti da anni
a gran voce dalla gran parte
dell'emigrazione organizzata, in
particolare dalle nostre
organizzazioni, dovranno essere
inquadrati in contesti non
generici, e raccogliere
coerentemente tutte le necessità
riconducibili alle situazioni
date, che non sono purtroppo
tutte dipendenti dal nostro
volere, ma sulle quali possiamo
comunque incidere. Allo stesso
tempo andranno chiarite bene
quali siano le priorità
dell'intervento italiano; non è
infatti concepibile che la
medesime misure e i medesimi
approcci valgano per il Canada o
per l'Argentina, o per la
Germania; e neanche è
immaginabile che all'interno dei
singoli paesi di residenza,
siano applicabili le stesse
misure: per fare un ulteriore
esempio, la situazione degli
italiani del Baden-Württenberg,
o dell‘Assia o del Nord
Reno-Westfalia, mostra degli
indicatori molto diversi da
quella di altre zone della
Germania sia a livello di
scolarizzazione che di
qualificazione professionale che
di percentuale di
disoccupazione; la situazione
degli italiani presenti a Recife
o a Rio de Janeiro, è diversa
da quella dell'area
metropolitana della Grande San
Paolo e ancor più delle aree
rurali del Paranà o del Rio
Grande do Sul, ove, molti nostri
connazionali sono tuttora alle
prese con la lotta contro i
latifondisti siano essi
brasiliani o siano le grandi
multinazionali del transgenico
proprietarie di enormi distese
di terre, tentando di creare
situazioni economiche su base
cooperativa o associata; la
situazione che si riscontra in
Argentina o in Uruguay è ancora
diversa, essendo legata agli
effetti dirompenti sul piano
sociale delle politiche
economiche attuate in questi
Paesi.
E'
su questi temi che la
rappresentanza del CGIE avrà
molto da dire e soprattutto avrà
l'occasione di far valere la
propria competenza e capacità
di indirizzare correttamente gli
interventi e le modalità di
attuazione degli stessi in ogni
materia.
Ed
appare chiaro che proprio su
questo, al di là degli
interessi specifici rilevabili
nelle singoli circoscrizioni
consolari,
che spesso ricordano un
certo campanilismo nazionale, si
gioca la capacità di questo
organismo di esprimere degli
indirizzi coerenti e in ultima
analisi di fare davvero
politica.
Una
politica che non può essere
sempre indistintamente
improntata alla tentazione
dell'unanimismo; i temi
accennati infatti possono
introdurre potenti elementi di
discrimine tra visioni e
obiettivi diversi; obiettivi che
non debbono per forza essere
riconducibili alla dinamica dei
partiti (essenzialmente
interessati al quadro nazionale
-e non può essere
diversamente-), quanto ad una
capacità di analisi e
rappresentazione politica
transnazionale, in grado di
definire la ricchezza e la
originalità di questa presenza
e fondarne una relativa
autonomia da un interpretazione
italocentrica che a finora
contraddistinto questo nostro
settore.
Le
cose che andiamo dicendo sono
state chiaramente indicate anche
negli interventi degli oltre 200
parlamentari di origne italiana,
durante questa conferenza
svoltasi nel novembre scorso. In
quell'occasione è apparsa con
chiarezza la potenzialità
formidabile che sul piano
politico riveste questa
presenza: i temi toccati dalla
grande maggioranza dei
connazionali o oriundi eletti
nei paesi di residenza, la
richiesta di cooperazione e
collaborazione con l'Italia, uno
dei grandi Paesi del G-8, hanno
toccato i punti salienti delle
dinamiche e delle problematiche
economico-sociali e politiche
mondiali. In questo senso
indubbiamente, si è manifestato
i questa occasione, un
potenziale enorme di relazioni
positive e l'opportunità di
stringere raccordi solidali, non
generici e di grande prospettiva
con questi Paesi, in grado di
integrare una politica estera
che potrebbe quindi vantare
nuovi importanti interlocutori.
Le
tentazioni unanimistiche e l'unitaretà
a qualisiasi condizione
-sintomatico a tal proposito
l'intervento di Tremaglia nella
plenaria della Conferenza, in
cui il parlamentare di A.N. ha
proposto la lista unica degli
emigrati alle prossime elezioni-
hanno contraddistinto gli ultimi
anni di attività del CGIE e
dell'Associazionismo a livello
nazionale.
La
cosa è abbastanza ovvia, se si
pensa che questo è il risultato
dell'intrinseca debolezza del
mondo dell'emigrazione
organizzata, sia a livello
partitico che associativo, nel
far valere a livello
istituzionale la richiesta di
legittima rappresentanza degli
italiani nel mondo.
Lo
stesso scarso risultato in
termini di partecipazione di
parlamentari ai lavori della
conferenza e, ancor più grave,
di visibilità sui mass-media
nazionali, conferma che la
presenza dei circa 4 milioni di
italiani nel mondo viene tuttora
vissuta con le sue richieste di
rappresentanza, come un
fastidiosa intrusione da settori
importanti del mondo politico ed
istiuzionale del Paese.
La
necessitá di affermare
l'esercizio di voto all'estero e
la costituzione di una propria
rappresentanza, -che ha vantato
convinti sostenitori e abili
detrattori pressochè in tutte
le forze politiche presenti in
parlamento- ha amplificato a
dismisura questa prassi
"unitaria". I
risultati, pur in parte
positivi, di questa
collaborazione non hanno ancora
raggiunto l'obiettivo auspicato,
su cui bisogna quindi insistere
con forza; ma ciò non
giustifica di per sé
l'interpretazione di un rapporto
tra le forze politiche che
continui ad essere così
impregnata dal fare fronte
comune: non è infatti detto che
esso contribuisca a rendere più
veloce e certo l'iter di
approvazione di questo diritto,
né a varare le misure richieste
dalla Conferenza.
E
soprattutto questa prassi,
nell'accentuazione del tema VOTO
all'estero, rischia di
emarginare e di rendere
improduttivo il potenziale
interculturale e di dibattito e
riflessione transnazionale
rappresentato dal CGIE.
In
ogni caso, riteniamo che vada
superata l‘insistente
collateralità di molte delle
forze organizzate
dell'emigrazione sulle volontà
dei partiti, i quali hanno la
loro piena legittimità di
adoperarsi per il raggiungimento
delle finalità che ritengono
prioritarie, ma ciò che non
possono fare è aspirare a
rappresentare questo universo
molteplice e vasto, nella sua
interezza.
Questo
ragionamento ci porta a
introdurne un altro,
fondamentale, relativo
all'associazionismo, alle sue
difficoltà attuali, e alle
possibili linee di
riorganizzazione.
La
differenza obiettiva che lo
contraddistingue è il muoversi
in contesti misti, parte
italiani, parte dei paesi di
residenza; entrambi questi
contesti sono stati storicamente
ambiti paritari di intervento
delle associazioni, ma molte
hanno accentuato a dismisura la
dimensione italiana, talvolta
come conseguenza
dell‘incapacità di
rapportarsi adeguatamente al
contesto locale.
Gran
parte della rappresentanza
espressa da questo mondo è
ancora legata a tale approccio.
Ora,
il contesto italiano, è, per
una associazione situata nel
nord europa o oltreoceano,
qualcosa da tener presente, ma
non è assolutamente
prioritario. Prioritaria è la
sua capacità di interloquire
con il contesto locale, e allo
stesso tempo acquisire o
trasferire risorse e saperi dal,
e al, contesto italiano.
E'
quindi una realtà
intrinsecamente interculturale.
Questa sua valenza le consente
di avere una identità mista,
non riassumibile solo nell'una o
nell'altra cultura nazionale.
E'
questa valenza, questa
caratteristica, che costituisce
la forza di questa forma
organizzativa; e solo nella
misura in cui si riesce a
tutelarla, e a svilupparla, si
è in grado di mantenerne una
potenzialità ed originalità.
Se
ragioniamo in prospettiva,
soprattutto verso il mondo
giovanile, comprendiamo bene il
perché spesso le realtà
associative sono andate
indebolendosi: le ultime
generazioni sono proprio quelle
a cui interessa essenzialmente
trovare il raccordo, il luogo,
fisico e ideale che ne
rappresenti la costitutiva
biculturalità. Ove questo luogo
non c'è, ove essi si trovano di
fronte ad un associazionismo
„unilaterale“ (prettamente
volto all‘Italia, spesso tra
l‘altro, solo nelle
ambizioni), decade anche il loro
interesse; finisce
l'associazionismo.
La
FIEI, che è una Federazione
dell'emigrazione e
dell'immigrazione, deve porre su
tali temi, una grande
attenzione; dalla valorizzazone
di queste caratteristiche,
discende infatti il ruolo
originalissimo che la
Federazione può svolgere. Anche
in ciò sta, crediamo, la novità
della FIEI rispetto alle due
organizzazioni che l'hanno
promossa.
Pensiamo
cioè che si sia conclusa
definitivamente una fase storica
contraddistinta dal
collateralismo
verso le forze politiche,
e crediamo si sia anche conclusa
del tutto la fase in cui
l'associazionismo nazionale
pretendeva di costituire
riferimento esaustivo di tante
realtà aggregative a livello
regionale o all'estero, solo in
quanto situato, diciamo così,
geograficamente, nella capitale.
Oggi
riusciamo ad essere riferimento
e ad avere capacità di
orientamento e coordinamento
solo in quanto siamo capaci di
recepire tutte le singolarità e
gli stimoli che ci arrivano
dalle nostre organizzazioni nei
vari Paesi o dalle varie
regioni.
E
lo stesso pensiamo possa valere
per le organizzazioni regionali
italiane aderenti alla
Federazione.
In
questo senso c'è da progettare
un modello organizzativo a rete,
non centralistico, capace di
valorizzare il meglio dovunque
esso si trovi. E' un lavoro
arduo, ma certo stimolante e al
passo con i tempi e con le
necessità. Dobbiamo quindi
aprirci a realtà nuove, che
sono contigue, ma non
necessariamente organiche alle
nostre. Un nuovo associazionismo
sta in più parti emergendo,
legato alla cooperazione,
internazionalista, solidale, che
opera sull'emigrazione e
sull'immigrazione, in Italia
come negli altri Paesi. Dobbiamo
avere la capacità di superarne
la frammentazione e di offrire
delle sponde di comunicazione e
di visibilità a queste nuove
realtà.
In
questo senso la FIEI deve
aprirsi ulteriormente,
consapevole che da questa sua
capacità, dipende in gran parte
il successo di una ipotesi
ambiziosa.
E
proprio per questa sua natura la
FIEI si impegna ad approfondire
il rapporto di collaborazione
con la CGIL, e con le altre
organizzazioni dallo SPI, all'INCA,
a quelle che operano in ambito
di Cooperazione Internazionale.
Il
protocollo di collaborazione
sottoscritto a dicembre, deve
essere vissuto come condizione
di partenza e non di arrivo di
un progetto più ampio. Le
sinergie che possono svilupparsi
in questo ambito sono molte, e
vanno dal rafforzamento
reciproco in termini di capacità
di rappresentanza, a quelle più
operative finalizzate a dare
risposta ai bisogni sociali e
culturali che in ogni area sono
presenti.
Ed
anche in questo senso, dobbiamo
impegnarci a costruire una
posizione in grado di fornire
indicazioni ed orientamento alle
associazioni collegate, su tutto
il versante dei servizi, cioè
della capacità di dare risposte
coerenti alla domanda sociale
che emerge nei luoghi in cui
esse agiscono.
La
collaborazione progettuale con
le strutture CGIL, la
definizione di iniziative comuni
ai vari livelli territoriali e
settoriali, sono quindi degli
impegni chiari che dobbiamo aver
presente per l'anno in corso e
per gli anni futuri. E in questo
senso va anche detto che questa
collaborazione può risultare
molto importante per la
Confederazione, nella misura in
cui può disporre di un rapporto
privilegiato con una
organizzazione che sa muoversi
in un contesto del tutto
specifico, in grado di saldare
le questioni dell‘emigrazione
con quelle dell‘immigrazione.
Care
compagne e compagni, non
possiamo, in conclusione
ingnorare come il percorso di
realizzazione di una unità di
intenti e di obiettivi tra le
due maggiori organizzazioni che
hanno dato vita alla FIEI,
l'Istituto F.Santi e la FILEF,
sia stato complesso e
caratterizzato da contraddizioni
e talvolta incomprensioni, sia a
livello nazionale che in diverse
realtà locali.
Abbiamo
sottolineato più volte che la
FIEI non assorbe o conclude
queste due esperienze, che
restano, nella loro autonomia
operativa e gestionale. Tuttavia
dobbiamo aver chiaro che il
progetto FIEI non costituisce
una semplice sommatoria delle
due sigle, esso è un progetto
che ambisce ad essere più
vasto. Dobbiamo quindi essere in
grado di concepire un quadro di
azione che tuteli tutti questi
suoi momenti; FILEF e F.Santi
devono consolidare la propria
capacità operativa nel quadro
di priorità politiche, la cui
individuazione e precisazione è
un impegno richiesto alla FIEI;
una FIEI che deve quindi
acquisire e a cui va
riconosciuta dai soggetti
aderenti, la funzione di luogo
di ulteriore approfondimento
degli orientamenti politici
generali.
In
questo quadro, per i prossimi
mesi, va data attuazione ad un
programma di iniziative FIEI
che, assieme ai contenuti
indicati, dia al contempo
visibilità deguata al notevole
lavoro realizzato in questi due
ultimi anni dalle due
organizzazioni; si tratta di
interventi di studio, ricerca,
orientamento, che si muovono
senza dubbio dentro le linee
interpretative che abbiamo
accennato e che hanno già,
acquisito il riconoscimento di
molti soggetti.
La
presentazione di questo lavoro
può costituire un momento di
dibattito e riflessione da
portare al livello regionale e
locale, in Italia e all'estero,
che ritorni arricchito di
proposte e di indicazioni.
Le
ricerche realizzate comunemente
da strutture del Santi, della
FILEF e della CGIL, sul lavoro
autonomo e la piccola impresa in
emigrazione realizzate in
Canada, Germania, Francia,
Belgio, Gran Bretagna, l'analisi
dei fabbisogni formativi dei
giovani italiani residenti nei
paesi della U.E., gli interventi
di orientamento alla creazione
di impresa realizzati in
Francia, Belgio e Gran Bretagna,
gli interventi di formazione
alla cooperazione economica
svolti in Brasile ed in Uruguay,
la ricerca sull'associazionismo
e la guida alle questioni
previdenziali per gli immigrati
extracomunitari in Italia, il
convegno sulla salute dei
cittadini extracomunitari nel
nostro paese, la ricerca sulla
nuova emigrazione al seguito
delle imprese, sono lavori unici
ed originali, in cui abbiamo
avuto già modo di implementare
le risorse umane della FILEF,
del F.Santi e di altre
organizzazioni a noi vicine.
Presentare
i risultati di questo lavoro ci
può consentire di evidenziare
le competenze di cui dispongono
le nostre organizzazioni e di
indirizzare alcuni interventi
che i nostri regionali possono
avviare, in accordo con le
istituzioni locali, tantopiù
che entro l'anno dovrà
svolgersi l'altra importante
assise attesa da anni: quella
Conferenza Stato-Regioni-CGIE,
sulla quale dobbiamo essere in
condizione di sviluppare una
piattaforma convincente e
praticabile che sintetizzi
l'approccio che le Regioni e gli
altri enti locali dovranno avere
in questo settore.
C'è
un'altra iniziativa a cui stiamo
da tempo lavorando; essa
consistente nel varo di un
progetto di livello nazionale da
applicarsi regione per regione,
provincia per provincia,
destinato alle scuole e
finalizzato al recupero della
memoria storica delle migrazioni
italiane come premessa alla
comprensione degli attuali
fenomeni immigratorie in Italia
e in Europa.
Essa
potrá costituire un importante
contributo ad una battaglia
culturale di progresso tesa al
recupero delle ragioni della
tolleranza e della comprensione
tra popoli ed etnie diverse, in
Europa e nel nostro paese, in un
momento in cui si assiste al
riemergere di tentazioni
autoritarie, razziste e
xenofobe, che allignano in molti
settori della nostra società e
che le destre interpretano nel
modo più rozzo e pericoloso.
Anche
per questo, al di là di
considerazioni che diamo per
scontate, relative ai diversi
modelli di società, di
sicurezza, di welfare che i due
poli hanno in mente, la FIEI
auspica possa essere mantenuto e
rafforzato il quadro dei diritti
e delle tutele sociali messe in
pericolo dalle proposte che
vengono avanti da settori
conservatori dello spettro
politico italiano anche in
occasione di questa imminente
campagna elettorale.
Una
campagna elettorale che speriamo
vivamente possa avere tra i
protagonisti, i nostri
connazionali emigrati sia come
elettori, che come candidati. In
questo senso, non possiamo non
rilevare l'atteggiamento
gravemente contrario
all'esercizio di voto
all'estero, di una forza
politica come Forza Italia, che
ha mirato con continue,
successive ambiguità a far sì
che questa opportunità
sfumasse. Né, crediamo valgano
le preoccupazioni emerse da più
parti, relative alle difficoltà
tecniche dell'esercizio di voto:
non è davvero comprensibile che
un Paese come l'Italia, tra i
primi sei paesi industrializzati
al mondo, non abbia la capacità
tecnica di organizzare il voto
degli italiani all'estero.
Questa
relazione non può essere come
comprendete, esaustiva di tutte
le questioni che ci troviamo di
fronte; d'altra parte, dopo
oltre un anno di complessa
gestazione, la FIEI dopo la
firma dell'accordo di
collaborazione con la CGIL, si
trova solo ora nelle condizioni
oggettive per operare; questa
assemblea, non può che essere
il momento iniziale di una
riflessione che non si conclude
né oggi, né nel giro di poche
settimane; riteniamo che i
contesti in cui ci troveremo
impegnati ad operare non siano
delineabili facilmente, a
priori; il progetto FIEI non può
che essere un work in progress,
sia sul piano dell'elaborazione
e dell'azione politica, sia su
quello più prettamente
operativo.
Vogliamo
che da questa assemblea giungano
stimoli ed indicazioni per
arrivare ad un prossimo
Consiglio Generale in cui
definire una progettualità più
concreta per l'anno in corso, da
approvare assieme al bilancio di
previsione 2001; in tal senso,
l'incontro di oggi vuole avere
una natura aperta e di
riflessione comune; la proposta
è che quindi, al termine della
discussione odierna, si insedi
un gruppo di lavoro che presenti
alla prossima occasione una
piattaforma definita che
costituisca orientamento e
programma per l'organizzazione
sia a livello centrale che
periferico."
Federazione Italiana
Emigrazione
-
Immigrazione
Via
XX Settembre, 49 – 00187 ROMA
Tel.
06/42014861 – Fax 06/4742956