2002:
Appunti per una comune
riflessione
Le
prospettive della F.I.E.I. nel
2002
(Appunti
per una riflessione comune)
Roma,
gennaio 2002
(Rodolfo
Ricci)
La relazione che sottoponiamo alla
vostra attenzione, e sulla quale
ci attendiamo riscontri e
suggerimenti, nasce da
riflessioni e sollecitazioni di
diverse compagne e compagni
delle nostre organizzazioni
aderenti sia in Italia che
all’estero, che, al di là
delle specifiche letture e
valutazioni determinate dai
differenti contesti di
insediamento e dai diversi
livelli organizzativi, tuttavia
convergono su una valutazione
comune della importanza del
momento politico che stiamo
attraversando, una fase
particolarmente delicata e
decisiva per le sorti del nostro
Paese, del processo di
unificazione europea, dei
rapporti economici nord-sud,
degli equilibri politici
globali.
Dentro
queste dinamiche, la questione
dei cittadini migranti, siano
essi italiani all’estero o
terzomondiali in Italia ed in
Europa, riveste una posizione
strategica, poiché in questo
ambito si confrontano
alternative contrastanti se non
opposte, si configurano modelli
di società aperte o chiuse,
solidali o escludenti,
cooperative o competitive,
interculturali o integraliste;
intorno alla grande questione
dei migranti, si misura la
possibilità della universalità
dei diritti, dello stato
sociale, del riconoscimento
delle differenze come ricchezza
ed opportunità, si misura la
possibilità stessa della pace
contro le prospettive di guerra
perpetua, di collaborazione
internazionale contro le opzioni
di nuovo dominio e quelle
parallele dei rischi di focolai
perpetui di terrorismo.
Rispetto
a queste considerazioni, cresce
la consapevolezza del ruolo
fondamentale che le nostre
organizzazioni possono svolgere
per una nuova aggregazione
dell’ampio spettro di
organizzazioni ed associazioni
che operano in questo settore;
si sente la necessità
fondamentalmente di
un’orientamento politico
generale che abbia la capacità
di riaggregare il proprio
tradizionale patrimonio
associativo e allo stesso tempo
di fungere da mediatore e
integratore delle diverse nuove
ispirazioni ed esperienze che
negli ultimi decenni si sono
imposte all’attenzione a
livello locale e nel mondo, a
partire dai movimenti contro la
globalizzazione neoliberista e
al variegato spettro di forze
impegnate nella erogazione di
servizi reali per la tutela,
l’accoglienza,
l’integrazione, il
riconoscimento delle identità
culturali dei migranti, la
cooperazione decentrata con i
paesi poveri o in via di
sviluppo.
Manca
in questo quadro un momento
politico riconoscibile di
confronto e di sintesi
nazionale; la FIEI,. Federazione
dell’emigrazione e
dell’immigrazione, potrebbe
diventare in prospettiva, questo
strumento.
E
potrebbe farlo fondando questa
sua funzione, peraltro abbozzata
nel suo atto costitutivo e nel
suo statuto, nella capacità di
saldare la storia e il
patrimonio di battaglie civili
per l’emancipazione dei
migranti italiani nel mondo
nell’arco della seconda metà
del ‘900, con le nuove
esperienze di lotta sociale per
il riconoscimento dei migranti
terzomondiali.
Ci
sono due fatti importanti che
giustificano e possono agevolare
la determinazione di un progetto
politico di tale natura, uno
acquisito ed uno necessario:
l’esercizio di voto
all’estero per i connazionali
emigrati e le future battaglie
per il voto amministrativo per i
cittadini immigrati nel nostro
Paese.
Si
tratta di eventi, entrambi molto
vicini nel tempo, la cui
realizzazione e richiesta
costringerà il complesso del
mondo politico, sociale,
economico, istituzionale, a
misurarsi puntualmente e a
considerare le vicende legate ai
migranti non più come oggetto
di interesse secondario e
marginale come finora è
accaduto.
FILEF
e F.Santi, le due organizzazioni
che hanno dato vita alla FIEI
hanno di fronte questa sfida.
Sta
ad essi raccoglierla o meno; e
sta alla CGIL, la cui azione a
sostegno del progetto FIEI è
stata ed è determinante,
esprimere un’indicazione
precisa.
Altri
fatti e considerazioni possono
essere portate a sostegno e
giustificazione di questa
necessità di riposizionamento
complessivo delle nostre
organizzazioni:
Sul
piano interno, il Disegno di
Legge Bossi-Fini che
sconvolgerebbe, ove approvato,
l’impostazione della
precedente Legge
Turco-Napolitano e che andrà in
discussione a metà mese; il
crescere di atteggiamenti
razzisti e xenofobi in ambienti
legati alla destra leghista e
integralista anche a seguito dei
fatti dell’11 Settembre scorso
che tendono a criminalizzare le
collettività islamiche presenti
nel nostro paese; il permanere
in molti media italiani di una
lettura delle collettività
immigrate tendenziosa e
frequentemente abbinata a fatti
di reato; il progetto dei
governi regionali del Veneto e
della Lombardia di utilizzare
flussi migratori di italiani o
oriundi dall’America Latina
(in particolare Argentina,
Uruguay e Brasile) in
sostituzione di quelli africani
o mediorientali, considerati più
affini culturalmente e sul piano
religioso-confessionale; le
tentazioni di un utilizzo
“neocoloniale” e di potenza,
della presenza italiana
all’estero da parte di
ambienti influenti del mondo
imprenditoriale che non
manifestano particolare
lungimiranza, concentrate come
sono, in una visione
parzialissima e staccata dai
concreti contesti di area o di
paese e che hanno purtroppo
fatto adepti anche dentro ambiti
formalmente progressisti; le
tentazioni di neo isolazionismo
e di euroscetticismo emerso in
modo evidentissimo nella recente
disputa che ha portato alle
dimissioni del Ministro degli
Esteri Ruggiero, nel momento
stesso dell’introduzione della
moneta unica, che è destinato
ad indurre effetti estremamente
rischiosi nel processo di
unificazione europea; e
parallelamente le posizioni di
nuovo acritico atlantismo e di
rapporto preferenziale con il
Governo conservatore degli USA
di Bush jr., come a prefigurare
un disegno di inserimento dentro
il presunto anello debole della
U.E.: l’Italia.
E
sul piano internazionale, i
disastrosi eventi argentini che
coinvolgono decine di milioni di
italiani e di oriundi dentro una
crisi che aveva già toccato,
anche se in misura minore, il
Brasile (con altrettante decine
di milioni di oriundi) e rischia
di coinvolgere l’Uruguay (dove
vivono circa 1,5 milioni di
oriundi), e la cui responsabilità
è in larga misura addebitabile
alle politiche di
fondamentalismo monetarista e
liberista del FMI e della Banca
Mondiale, agevolate da una
classe dirigente inetta e
corrotta e da un’imprenditoria
finanziaria che ha già da tempo
posto al riparo i propri
capitali a Miami o a Zurigo.
Si
tratta di un’area continentale
enorme e strategica nei rapporti
economici e politici
internazionali, dove la presenza
italiana può essere giocata
come grande opportunità di
cooperazione positiva tra nord e
sud a tutti i livelli, oppure,
al contrario, come area di
esercitazione di politiche
neonazionalistiche che possono
indurre flussi di massiccia
reimmigrazione da utilizzare
contro altri immigrati di altre
aree del pianeta, e allo stesso
tempo giocare effetti pericolosi
in occasione del voto
all’estero, nell’ambito
delle prossime consultazioni
elettorali nazionali (dove 18
parlamentari possono risultare
influenti negli equilibri tra i
poli), o addirittura a quelle
regionali, visto l’interesse
delle regioni a maggioranza di
centrodestra, a riconoscere
anche il voto per corrispondenza
alle amministrative ai
corregionali all’estero
(Veneto, Lombardia, ma
potrebbero accodarsi anche
Sicilia, Calabria, Puglia,
Sardegna, ecc.); e anche in
questo caso intere
amministrazioni comunali,
provinciali e regionali
potrebbero essere disegnate dal
voto degli italiani
all’estero.
Come
si vede, ci troviamo a trattare
di questioni che costituiscono
un pezzo decisivo delle
dinamiche globali o “glocali”,
come qualcuno si arrischia a
definirle: il peso della
globalizzazione dentro le
dinamiche locali e viceversa. E
stiamo parlando di cittadini
migranti, immigrati ed italiani
all’estero. Questioni non più
così secondarie e marginali.
Questioni
che possono determinare pezzi
importanti del nostro futuro.
Rispetto
a tutto ciò, non possiamo
nascondere la inadeguatezza
delle nostre organizzazioni in
un quadro che implicherebbe al
contrario grande capacità
organizzativa e di orientamento
generale.
E
dobbiamo anche aver presente che
le nostre organizzazioni
costituiscono tuttora l’unico
riferimento della sinistra
sociale per tanti italiani nei
diversi paesi di emigrazione.
Paesi in cui il patrimonio di
relazioni sociali e politiche
con le realtà locali è grande
e diffuso, ma va riattivato e
orientato rispetto agli
obiettivi che abbiamo cercato di
delineare.
Si
potrebbe dire dunque, che
davvero è giunto il momento di
decidere cosa vogliamo fare da
grandi.
Ed
è però altrettanto evidente
che non possiamo deciderlo da
soli….
Se
il quadro in cui ci muoviamo è
quello descritto, se gli
obiettivi, sono così ambiziosi,
non possiamo non aver presente
tutti i rischi di possibile
velleitarismo che comporta
un’opzione di questa natura .
La
FIEI, nel suo tragitto biennale
che si è concluso nel 2001, ha
raggiunto alcuni obiettivi:
essenzialmente quelli relativi
al recupero di una agibilità
organizzativa ed amministrativa;
ha recuperato singole competenze
che erano andate via via
disperdendosi, ha ricostruito un
minimo di tessuto comunicativo
con pezzi della rete di cui
disponevano FILEF e F.Santi.
Ha
recuperato credibilità rispetto
ad interlocutori istituzionali e
politici; è riuscita ad
consolidare alcuni punti di
snodo di una rete complessa e
diffusa nel mondo e in Italia, e
ad aggregare ulteriori forze
associative e strutture di
servizio che sono entrate a far
parte della propria rete.
Tuttavia
non è stata ancora in grado di
determinare quel processo di
aggregazione ampio che ci viene
richiesto da numerose
organizzazioni e punti di
riferimento in Italia e nel
mondo, che andasse ben oltre,
come è a tutti
necessario, il
tradizionale associazionismo di
emigrazione.
Hanno
giocato in questo senso diverse
vicende sfavorevoli, ma,
soprattutto, il limite della
propria azione è stato quello
di continuare ad interpretare la
propria funzione nell’ambito
talvolta asfittico della
tradizionale cultura delle
organizzazioni degli italiani
all’estero, un mondo
oggettivamente poco vivace, con
limiti di diversa natura, sia
qualitativi che quantitativi.
E
in secondo luogo, il permanere
di un ancoraggio interpretato in
modo eccessivamente rigido, alle
due distinte ispirazioni di
FILEF e F.Santi, ha costituito
l’altro elemento limitante per
una crescita
dell’organizzazione.
E’
invece tempo di volgere lo
sguardo al futuro; il passato,
con le sue autorevoli esperienze
e tradizioni deve servire a
costruirlo; altrimenti muore il
passato e non nasce il futuro.
C’è
intorno a noi un movimento di
nuove energie, di nuove
sensibilità, di nuove
competenze; non ci sono
estranee; parlano con una lingua
che ci è affine, anzi,
assomiglia moltissimo a quella
che ispirò la nascita delle
nostre associazioni, in ogni
paese in cui emigrarono gli
italiani.
Queste
realtà in movimento non sono
semplici interlocutori esterni;
noi stessi, ne siamo
probabilmente parte; e allo
stesso tempo possono venire a
condividere un nostro progetto,
un progetto per il quale è nata
la FIEI.
Cioè
la Federazione Italiana
dell’Emigrazione e
dell’Immigrazione.
E’
necessario quindi che FIEI,
superando temporeggiamenti e
ambiguità, si apra a nuove
adesioni sul territorio; è
indispensabile che in ogni
regione e in ogni Paese, le
compagne e i compagni di
riferimento, in accordo con le
rappresentanze della CGIL
lancino una campagna di adesione
che sia rivolta a quei soggetti
organizzati che nel territorio
esprimano capacità operativa e
che si trovino in sintonia con i
principi ispiratori del nostro
Statuto.
In
Italia sarà prioritario
aggregare e fare aderire le
organizzazioni impegnate sulle
questioni dell’immigrazione,
dei diritti umani, della
cooperazione, della solidarietà.
All’estero,
esiste un tessuto di nuovo
associazionismo che deve
diventare parte integrante della
FIEI, sia esso a carattere
regionale o che abbia come
missione quella di erogare
servizi specifici alla
collettività, o quello che
funge da mediatore culturale tra
la realtà italiana e quella
locale.
Tutto
questo va fatto in stretta
collaborazione con la CGIL e con
le sue organizzazioni
periferiche e quelle
riconducibili al sistema di
servizi.
Questa
apertura di FIEI alla società
civile organizzata va iniziata
al più presto, entro l’anno
in corso; in modo da poter
arrivare a fine anno ad una
conferenza di organizzazione
FIEI che faccia il punto sui
risultati ottenuti, che
implementi l’assemblea, il
gruppo dirigente ed aggiorni il
proprio programma politico ed
operativo.
Ciò
è necessario su entrambi i
versanti su cui siamo chiamati
ad agire: l’immigrazione e gli
italiani all’estero.
Per
questo ultimo ambito penso che
debba essere chiaro a tutti, tra
le altre variabili del
ragionamento fatto, cosa
implichi la organizzazione di
una campagna elettorale, che per
forza di cose, comunque,
coinvolgerà molti nostri
compagni e compagne. La funzione
di FIEI, a livello di
informazione, coinvolgimento,
orientamento della collettività
sarà fondamentale; ma non si può
avviare un’azione di questa
natura negli ultimi mesi che
precederanno il voto.
C’è
bisogno di agire da subito,
coinvolgendo le collettività
non tanto e non solo con
dibattiti o proclami, quanto
piuttosto con concrete azioni di
servizio, dalle quali possa
evincersi con chiarezza a quale
modello di società aspiriamo,
per che tipo di organizzazione
sociale, culturale, economica ci
battiamo.
Ma
anche in questa azione non
possiamo essere lasciati da
soli: ciò che possiamo giocare
come associazionismo, sono
relazioni, competenze specifiche
da riattivare; ciò di cui
abbiamo bisogno è
l’interfaccia che consenta di
verificare in modo sostanziale
cosa significa per esempio
“sviluppo solidale e
cooperativo", interscambio
culturale e sociale, relazioni
economiche mirate alla
valorizzazione delle risorse
umane e al riequilibrio di
quelle materiali.
Tutto
un mondo di esperienze va messo
a disposizione di questa azione:
mi riferisco ancora una volta al
Sindacato, ma anche al movimento
della cooperazione italiana,
alla CNA, al mondo del terzo
settore, delle ONG, ecc. ecc.
Senza
questo contributo e
coinvolgimento, che per i nostri
interlocutori (italiani
all’estero), può tradursi
automaticamente in progetti ed
azioni con ricadute reali in
termini di valore aggiunto, in
utili relazioni, in opportunità,
rischiamo di raggiungere solo
parzialmente gli obiettivi che
ci siamo prefissi.
C’è
da chiarire che la destra si
muoverà su questo versante, con
tutte le sue risorse, che non
sono poche; non baderà a
risparmi; lo sta già facendo
con molta attenzione, con
coerenza, strutturando
organizzazioni e legami vecchi e
nuovi che dispongono di mezzi e
risorse.
Non
c’è quindi tempo da perdere
su questo versante; e non ce
n’è neanche sull’altro:
quello dell’immigrazione, dove
la posta in gioco, se vogliamo,
è ancora più grande, come ci
dimostrano gli orientamenti di
parte consistente
dell’opinione pubblica che
hanno già pesato nelle ultime
elezioni politiche del 13 maggio
e che continueranno
inevitabilmente a pesare se non
si ricostruisce un quadro di
lettura dei fenomeni migratori
che sappia recuperare la memoria
storica dell’emigrazione
italiana nel mondo e collegarla
con le ragioni e delle cause
delle attuali migrazioni dal sud
del mondo, se non si riesce ad
affermare e a rendere egemone
nella società, una visione
della convivenza tra culture ed
etnie diverse, che costituisce
una delle ricchezze e degli
elementi potenzialmente più
importanti per una prospettiva
di sviluppo solidale e di
cooperazione in Italia, in
Europa e nel mondo.
La
FIEI è nata per portare un
contributo sostanziale a questa
prospettiva e, per la sua
genesi, per la storia delle
organizzazioni che l’hanno
promossa e che ad essa
aderiscono, può costituirne uno
dei punti di riferimento
nazionali ed internazionali.
Rodolfo
Ricci
Roma,
Gennaio 2002
Breve
disamina della prospettiva del
VOTO all’Estero
La
recente approvazione della Legge
per l’esercizio di voto
all’estero, seguita alle
modifiche costituzionali
approvate nella passata
legislatura e che
istituisce la
“circoscrizione estero” ,
pone sotto una nuova luce la
vicenda dei circa 4 milioni di
italiani residenti oltre i
confini nazionali (stando ai
dati delle anagrafi consolari),
ed obbliga le forze politiche e
sociali ad impegnarsi in modo
nuovo e più pregnante rispetto
ai modi e alle forme di
interlocuzione con questa realtà
estremamente significativa,
paragonabile per entità ad una
media regione italiana, la cui
rappresentanza parlamentare
potrebbe risultare determinante
a livello di equilibri politici
nazionali (18 parlamentari, 6
senatori e 12 deputati).
Gli
unici dati di paragone esistenti
per capire le possibili tendenze
del voto sono le elezioni dei
Comites (Comitati degli italiani
all’estero eletti su base di
circoscrizione consolare) e le
elezioni per il Parlamento
Europeo.
Per
quanto riguarda il voto per i
Comites, hanno votato in tutto
il mondo, poco più di mezzo
milione su un totale di circa
2,5 milioni di aventi diritto
(individuati sulla base
dell’AIRE- Anagrafe degli
italiani residenti
all’estero); pur non essendo
presenti liste di partito, le
forze sociali (Associazioni,
Patronati, ecc.) di orientamento
di centrosinistra hanno
acquisito un buon risultato, e
lo spettro di queste
rappresentanze risulta orientato
per la grande maggioranza sul
centrosinistra per quanto
riguarda l’Europa; molto più
equilibrato è risultato il voto
in America Latina e negli USA,
con una leggera prevalenza della
destra; non si è votato in
Canada e in Australia, dove
tuttavia, è presumibile una
prevalenza delle forze di
centrosinistra o un pareggio.
In
occasione del voto per il
Parlamento Europeo, gli italiani
residenti nei paesi comunitari
hanno la possibilità di optare
per il voto per le liste
italiane (che si effettua presso
seggi istituiti dai singoli
Consolati), oppure per le liste
dei Paesi di residenza.
Non
è nota la percentuale precisa
di coloro che nelle ultime
elezioni hanno optato per le
liste locali, ma, stando ai
risultati sopra riportati, essa
dovrebbe teoricamente essere
almeno 10 volte maggiore a
quella di coloro che ha optato
per le liste italiane;anche in
realtà, sappiamo che è
estremamente alto il numero di
coloro che hanno disertato il
voto. In Germania Federale, da
stime delle autorità tedesche,
espressero il voto solo il 20%
degli aventi diritto.
Sempre
per restare ai paesi comunitari,
gli aventi diritto sono
complessivamente circa 2
milioni; a questa cifra deve
aggiungersi la Svizzera, che nel
caso delle elezioni politiche,
dispone di un bacino elettorale
di circa mezzo milioni di
elettori.
Complessivamente,
secondo l’attuale anagrafe
consolare, la cui attendibilità
è comunque relativa, gli aventi
diritto in tutto il mondo, si
aggirano sui 3, 5 milioni, cifra
paragonabile a quella di una
media regione italiana che
tuttavia, per il meccanismo
imposto dalla legge di
recentissima approvazione,
consente l’elezione di 18
parlamentari in totale, di cui
12 alla Camera e 6 al Senato.
Una
indicazione precisa su questa
presenza si avrà solo con
l’aggiornamento
dell’Anagrafe per la quale
sono stati riservati i fondi che
erano previsti dal recente
Censimento per l’estero.
Entro
il 2003 l’aggiornamento
dell’anagrafe consolare e
quindi degli elenchi degli
elettori dovrebbe essere
completata.
Una
campagna elettorale nella enorme
circoscrizione estera non può
essere immaginata secondo
parametri e modalità
“italiane”.
C’è
bisogno di sviluppare una
intensa attività di
informazione, di coinvolgimento
delle collettività in attività
non esclusivamente politiche, ma
piuttosto sociali, economiche e
culturali; una attività di tale
natura deve poter contare su
tutte le postazioni che le
organizzazioni sociali e
sindacali della sinistra e del
centrosinistra nel corso della
seconda metà del ‘900 hanno
costruito; si tratta per lo più
di organizzazioni associative e
di servizio, che hanno acquisito
credibilità e bacini di utenza
grazie alla loro capacità di
risposta rispetto ad un
variegato spettro di bisogni che
vanno da quello relativo alla
previdenza e alla tutela, alla
lingua, al sostegno scolastico,
alla formazione ed orientamento
professionale, alla creazione di
microimpresa, e più in generale
alle battaglie per
l’integrazione e il
riconoscimento dei diritti di
cittadinanza nei paesi di
accoglimento.
Queste
postazioni costituiscono il
punto di riferimento
fondamentale per il
coinvolgimento degli italiani
all’estero nella campagna
elettorale futura.
Il
consolidamento o il rilancio di
tali strutture è dunque per la
sinistra un fattore strategico
fondamentale.
Accanto
a ciò vanno sviluppate ed
approfondite le relazioni ed i
rapporti con i movimenti sociali
e politici della sinistra in
tutti i Paesi, come fattore di
supporto e di trasparenza
“internazionalistica” del
voto. Tutti i cittadini italiani
che votano per le forze di
sinistra nei paesi di residenza,
devono poter votare nello stesso
modo in occasione delle prossime
politiche.
Tale
auspicio potrà sembrare
ridondante o tautologico;
purtroppo non lo è; soprattutto
oltreoceano, in America del nord
e del sud, gli italiani
voteranno chi andrà a trovarli,
a parlare con loro, spesso a
prescindere dalla opzione
politica che rappresenta. E
nello spettro di interlocutori
acquisiranno maggiore importanza
le associazioni regionali. Se
così è, la presenza, il
raccordo con le forze locali
(associazioni) e con le
istituzioni regionali,
provinciali e comunali, diventa
fondamentale.
Sono
oltre 350 gli eletti di origine
italiana nei diversi parlamenti
nazionali dei Paesi di
emigrazione.
Di
questi, ben due terzi, sono
esponenti di forze politiche di
centrosinistra. Inoltre, nei
Paesi comunitari, sono diverse
migliaia gli eletti nei
parlamenti provinciali, comunali
o regionali delle seconde e
terze generazioni di migranti.
Tutti
coloro, assieme agli eletti nei
Comites e nel CGIE,
costituiscono il mediatore
culturale e politico
fondamentale per legare il
“senso” del voto per il
Parlamento italiano, a quello
locale.
Con
essi vanno costruiti al più
presto momenti di interlocuzione
e di coinvolgimento.
Tutta
l’attività di preparazione
del voto, va iniziata da subito,
poiché è del tutto improbabile
riuscire ad ottenere un esito
soddisfacente lavorando negli
ultimi mesi della attuale
legislatura.
E
come già accennato, l’attività
politica va abbinata allo
sviluppo di concrete attività
di cooperazione
sociale, culturale ed economica
che devono poter coinvolgere le
strutture centrali e periferiche
della sinistra, sia sul livello
politico-sociale, che su quello
culturale ed economico.
Modalità
del voto
Particolare
attenzione va prestata alle
modalità del voto: la Legge,
istituisce la Circoscrizione
estera con una sottoripartizione
che assicura ad ogni area
continentale almeno 1 deputato e
1 senatore, per un totale di 8
parlamentari (Europa e
Nord-Africa, America del Nord,
America del Sud, Oceania). Il
rimanente gruppo di sei
parlamentari viene attribuito
proporzionalmente al numero dei
voti espressi nelle singole
ripartizioni: l’Europa e
l’America Latina saranno
quindi le aree maggiormente
rappresentate.
Si
vota su liste proporzionali,
contrariamente a quanto avviene
in Italia.
Ciò
costituisce una ulteriore
complicazione relativamente alle
modalità di aggregazione del
voto, per cui è auspicabile e
necessaria una convergenza ampia
su candidati che possano
costituire riferimento
complessivo per i due poli, e
per quanto riguarda il
centrosinistra, per tutto lo
spettro politico, dalla
Margherita, ai DS, a
Rifondazione, passando per
l’Italia dei Valori, i Verdi e
i Comunisti Italiani.
E’
da evitare che Verdi e
Rifondazione, che hanno votato
contro l’approvazione della
Legge, siano spinti a sostenere
una posizione di testimonianza
in occasione del voto; con essi
va invece costruito da subito un
rapporto di condivisione delle
prospettive e dei programmi, e
un coinvolgimento attivo nella
determinazione delle potenziali
candidature.
Legate,
anche se apparentemente in modo
indiretto, al tema “voto”,
sono le questioni relative alla
modifica delle Leggi istitutive
di CGIE (Consiglio Generale
degli Italiani all’Estero) e
dei Comites (Comitati degli
italiani all’estero).
In
presenza della Legge per il
voto, è infatti da
riconsiderare ruolo e funzioni
del CGIE (attualmente massimo
organo di rappresentanza degli
emigrati italiani, con poteri
consultivi), nonché sulle
modalità della sua elezione
(attualmente si tratta di
elezioni di secondo grado,
realizzate dagli eletti nei
Comites, e da rappresentanti del
mondo associativo e di
servizio).
E’
da evitare a nostro parere,
l’elezione diretta dei
rappresentanti del CGIE, che
riprodurrebbe una dinamica di
difficile praticabilità analoga
a quella per il voto, con rischi
di emersione di gruppi di
interesse con disponibilità di
notevoli risorse economiche, o
con la necessità di far
scendere in campo nuovamente i
partiti; in questo caso,
l’elezione del CGIE,
costituirebbe una nuova disputa
elettorale che si sovrapporrebbe
al voto e rischierebbe di
costituire un doppione di
rappresentanza; siamo quindi
dell’opinione che sia più
opportuno riconfermare modalità
di elezione di secondo grado, facendo emergere la natura di rappresentanza di
base, di mediazione sociale
della società civile, più che
strettamente politica, di questo
organismo, che proprio per ciò
potrà continuare a costituire
un elemento propositivo, di
interlocuzione e controllo
dell’attività parlamentare.
In
questo senso, anzi, una riforma
del CGIE, dovrebbe chiarire e
rafforzare questa specifica
funzione.
Nell’ipotesi
alternativa, in cui il
Parlamento vari una riforma
costituzionale di ampio respiro
sul federalismo, con
l’istituzione della Camera
delle Regioni in sostituzione
del Senato, può essere, al
contrario, presa in
considerazione l’ipotesi di
una trasformazione del CGIE in
rappresentanza “regionale”,
pur di una regione virtuale, e
quindi di una sua abolizione o
integrazione nella Camera delle
Regioni.
Tabella
- Elezioni Europee
Il
voto in loco per le 5 grandi
circoscrizioni elettorali
I risultati del voto nei Paesi dell'UE a
confronto con il dato nazionale
|
|
TERRITORIO
NAZ. E U.E.
|
PAESI
U.E.
(Voto
in loco)
|
|
VOTANTI
|
69,8%
|
19,4%
|
|
LISTE
|
|
Seggi
|
Voti
validi
|
%
|
|
Voti
val.
|
%
|
|
DEMOCRATICI
SINISTR.
|
|
15
|
|