Labour Mobility Package: una truffa europea?

A parole, la Commissione Ue punta a costruire un mercato interno più recettivo e equo nei confronti di lavoratori mobili e migranti. Le modifiche però, denuncia l'Osservatorio Inca, tendono a ridurre non le frodi e gli abusi, ma i diritti previdenziali
dall'Osservatorio Inca Cgil - Bruxelles

La Commissione europea sta svelando, poco a poco, i contenuti del cosiddetto Labour Mobility Package, ossia il pacchetto di nuove misure sulla libera circolazione dei lavoratori, incluso nel programma della Commissione guidata da Jean-Claude Juncker e annunciato ancora in primavera dalla stessa Commissione.



A parole, l'obiettivo principale della Commissione europea è quello di costruire un mercato interno più recettivo e più equo nei confronti dei lavoratori mobili e migranti.

Le linee generali erano state presentate dalla Commissaria europea per l'occupazione, gli affari sociali e la mobilità del lavoro, la cristiano-democratica belga Marianne Thyssen, il 23 aprile scorso all'università di Cracovia. Secondo la Thyssen, il Labour Mobility Package servirà a sostenere le autorità nazionali nella lotta contro gli abusi e le frodi, e le regole europee sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale saranno riviste per fare in modo che le regole riflettono i cambiamenti dell'economia e della società.

Ma il Vice-Presidente della Commissione europea, il socialdemocratico olandese Frans Timmermans, ne aveva già anticipato la filosofia un mese prima, spiegando - con termini più schietti - che l’accesso al mercato del lavoro e alla previdenza sociale non sono la stessa cosa, l’accesso al mercato del lavoro non significa un accesso automatico alla previdenza sociale.

Un Dossier a cura dell'Osservatorio, basato su informazioni e dati in gran parte inediti, svela come le modifiche attualmente al vaglio della Commissione europea tendano a ridurre non le frodi e gli abusi, ma i diritti previdenziali dei lavoratori mobili, e come questo obiettivo sarà perseguito attraverso un alleggerimento delle responsabilità sociali dei paesi ospitanti e maggiori oneri, invece, per i paesi di origine, normalmente meno forti sul piano economico, politico e sociale.

In maniera quasi accidentale, nel mese di maggio abbiamo infatti potuto intercettare uno “studio d’impatto” che la Commissione europea ha affidato a tre istituti di ricerca per misurare “i costi amministrativi e di adeguamento alla normativa” che incomberebbero sulle amministrazioni nazionali, sui lavoratori mobili, nonché sulle loro famiglie, a fronte di una possibile revisione delle disposizioni europee in materia di prestazioni familiari e di indennità di disoccupazione, attualmente previste dai regolamenti 883/2004 e 987/2009, relativi al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale. Si badi bene: “i costi amministrativi e di adeguamento alla normativa”, non i costi economici e sociali per gli Stati membri e per i singoli lavoratori.

Le ipotesi di revisione dei regolamenti sono riassunte nel Dossier allegato sopra, e riguardano, in questa fase, le prestazioni familiari e le indennità di disoccupazione. Come dimostrano gli esempi riportati nel Dossier dell'Osservatorio, se entrassero davvero in vigore, queste nuove norme metterebbero in discussione i pilastri stessi della libera circolazione delle persone e del coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale.

E scardinerebbero, soprattutto, un principio fondamentale del diritto sociale, secondo il quale le prestazioni contributive sono un diritto assicurativo soggettivo, che appartiene alla persona in virtù dei contributi versati durante la propria carriera lavorativa.


Scarica qui il dossier integrale:
http://www.osservatorioinca.org/section/image/attach/Labur_Mobility_Package.pdf