1- Sul Congresso della FIEI, di Rodolfo Ricci
Il Congresso della FIEI, svoltosi a Pescara nello scorso fine settimana, ha espresso alcune novità non secondarie; novità apprezzate
dall’assemblea che si è espressa pressoché all’unanimità sulla linea politico-programmatica proposta e sugli organi dirigenti, ma che hanno sollevato anche alcune perplessità.
Parto dalle conclusioni del congresso e cioè dall’elezione di organi dirigenti unitari e fortemente partecipati da rappresentanti delle
nostre collettività all’estero; allo stesso tempo, sia nell’assemblea che nella direzione della FIEI, risulta particolarmente consistente la componente di rappresentanti degli immigrati
in Italia.
Ciò può sembrare una cosa scontata, ma non lo è. E’ invece la prima volta, nella storia delle organizzazioni di emigrazione e di
immigrazione, che gli organi dirigenti di una federazione nazionale sono partecipati per circa la metà da emigrati italiani all’estero e da immigrati stranieri in Italia.
Tra le conseguenze di questa decisione c’è il superamento definitivo di ogni dinamica tra “romani” e “non romani” (nota nel mondo
degli italiani all’estero), e parallelamente, quello della dinamica tra rappresentanza mediata (e paternalistica) e rappresentanza diretta del
mondo dell’immigrazione. Qualsiasi alibi fondato su tali antinomie, a suo tempo, in parte, fondate, con la decisione assunta dalla FIEI, è caduto.
E’ ora responsabilità comune e collegiale, almeno nel mondo associativo riconducibile alla FIEI, la definizione e gestione di programmi
politici condivisi ed autonomamente strutturati.
Allo stesso tempo, la FIEI assume con questa decisione, la configurazione di organizzazione sociale di base che intende interloquire con il
vasto spettro politico italiano, con le istituzioni, con il governo centrale e con quelli regionali, sulla base della propria visione e lettura delle condizioni dei migranti, dei loro
bisogni e diritti, delle opportunità derivanti dal loro scendere in campo, ecc.
In questo modo, con questa decisione, la FIEI si candida a rappresentare direttamente, almeno in parte, e non per via delegata, il mondo degli
italiani all’estero e il mondo dell’immigrazione nel nostro paese.
Altra questione: il dibattito in plenaria aveva fatto emergere con estrema chiarezza, che il mondo dell’emigrazione e quello
dell’immigrazione, al di là del loro svolgimento diacronico, formano un continuum storico e giuridico che può essere accomunato dalla battaglia per l’indivisibilità dei diritti umani,
sociali, civili e di rappresentanza che per oltre un secolo ha contraddistinto l’azione degli italiani nel mondo, e che oggi vede impegnati gli immigrati e le forze progressiste nel nostro
paese.
L’occasione offerta dal congresso, di recuperare la memoria storica delle lotte degli emigrati italiani nel corso di un secolo e la loro
potenziale ricaduta sul quadro sociale e politico nazionale contraddistinto dalle nuove migrazioni, è di grande valore.
Il notevole apporto ad una sprovincializzazione del quadro politico nazionale che può derivare dalla futura presenza di emigrate ed emigrati
nel parlamento del nostro paese, passa anche da questa storia vissuta dalla nostra diaspora che può indicare e suggerire, per il nostro paese, percorsi e politiche di integrazione analoghi
a quelli assunti da grandi paesi civili, come il Canada, l’Australia o la Francia.
Voto all’estero e voto agli immigrati (cominciando dal voto amministrativo dopo tre anni di regolare residenza sul nostro territorio), sono
questioni inscindibili. Le delegate e i delegati dall’estero lo hanno sottolineano con fermezza. E in diversi lo hanno ripetuto chiaramente alla riunione dell’Unione di centrosinistra
svoltasi a Roma mercoledì 6 luglio, riscuotendo rinnovati apprezzamenti dalla platea e un consenso, non sempre entusiasta, dal tavolo dei relatori; Romano Prodi invece ha apprezzato la
forte valenza politica che assume l’indicazione del voto agli immigrati proprio perché proviene dagli italiani all’estero ed ha colto con acume che la risorsa italiana nel mondo è
fondamentalmente una risorsa politica, la cui valenza va potenzialmente oltre la sua stessa dimensione, e si configura come parte integrante e responsabile sul quadro nazionale e come
interlocutrice e mediatrice non secondaria per (e di) una nuova politica estera.
Nella stessa giornata, il Ministro degli Affari Esteri Gianfranco Fini, dal Brasile, parlando di fronte ad una platea di italiani, ha affermato
che proprio perché siamo un paese di migranti, non possiamo diventare un paese xenofobo, e che la questione dell’integrazione degli stranieri sul nostro territorio, è una questione
capitale per il nostro paese.
Ieri sera, a Porta a Porta, Fini ha riconfermato la sua convinzione, tornando sulla necessità della concessione del voto amministrativo.
Prima di ogni altro, la FIEI va sostenendo fin dal 1999, cioè dall’atto della sua nascita, e nel suo stesso nome, queste prospettive. Oggi
esse sono mature e il congresso ha registrato nient’altro che la maturità del mondo dell’emigrazione e dell’immigrazione (al di là delle sue differenti ispirazioni ideali e delle
questioni connesse a questa duplice realtà), proponendo una lettura dei fenomeni migratori -con tutti i problemi e le opportunità che esse rappresentano-, come oggettivi effetti della
globalizzazione.
Durante il Congresso, qualcuno ha “paventato la paura” (che attanaglia le classi medie nazionali) verso gli immigrati clandestini, talvolta
criminali, spesso forza lavoro più che competitiva che toglie lavoro agli indigeni; ma non si è accorto di parlare ad una platea che ascolta questi argomenti fin dal momento in cui è
arrivata (o nata) sul suolo straniero. L’effetto di questi temi è risultato oggettivamente debole.
Cosa significhi poi sul piano politico, questa richiesta di responsabilità introspettiva verso gli indigeni impauriti è cosa su cui
riflettere. Laddove, l’introspezione, il mettersi nei panni degli altri, sarebbe da applicarsi prioritariamente alla paura che invece attanaglia, quotidianamente, gli immigrati che
arrivano sul nostro territorio, la loro insicurezza, la dimensione di quasi totale assenza di diritti, il loro dover sottostare ad una legislazione vessatoria come quella imposta dalla Bossi
Fini, lo spregio e lo sfregio dei diritti umani e del diritto internazionale nella gestione dei Centri di Permanenza Temporanea o nelle deportazione in territorio libico di migliaia di
immigrati irregolari spessissimo profughi o rifugiati da aree di guerre o da paesi non democratici.
Chi si occupa della paura e della sicurezza di questi migranti?
Dopo il congresso alcune voci hanno voluto descrivere i contenuti del congresso della FIEI come una opzione di riformismo radicale, altri, più
frettolosi, hanno riesumato altri termini molto desueti.
La voglia (innata) di catalogare le cose e i fatti rischia sempre di scadere nell’ideologia. L’ideologia è spesso un frutto della fretta; o
della scarsa disponibilità al confronto; a volte, della paura dell’altro, la cui comprensione necessita di un po’ di tempo a disposizione in più. Quando manca il tempo della
riflessione si cercano scorciatoie.
L’ideologia, madre di tutti i fondamentalismi, è cosa che volentieri aborriamo. Non da oggi.
Siccome abbiamo vissuto il tempo dei migranti, non ci è congeniale l‘accettazione di tempi brevi, ma medi, tempi che implicano la possibilità
del ritorno. Del ritorno a ragionare.
Per esempio sul fatto che gli schemi politici che utilizziamo in Italia, valgono poco all’estero e ancor meno per i migranti che arrivano.
Applicarli per forza, con insistenza, crea equivoci non risolvibili.
Ogni scienza si costruisce i suoi strumenti di misura. Per la questione dei migranti, italiani e non, (come mi pare abbia inteso Romano Prodi la
sera del 6 luglio al residence di Ripetta), siamo nella fase della loro creazione. Cioè del rispetto di una autonomia.
Solo nel riconoscimento di questa autonomia e specificità può inverarsi la risorsa; fuori da questo riconoscimento si invera una inutile e
insignificante omologazione.
E’ come per il discorso dell’identità, così ottimamente descritto da Piero Fassino nel suo intervento di mercoledì sera: se lavoriamo per
assimilare tutto, restiamo con numerosi mal di pancia e che con un abbattimento delle opportunità di arricchimento culturale e sociale.
Questo ragionamento si applica anche alla politica, soprattutto sul piano del rapporto tra organizzazioni sociali e organizzazioni di partito.
La politica ha bisogno di spazi aperti dove sperimentare il nuovo e da cui, se si vuole, raccogliere il meglio; poi, la politica deve mediare e
ricondurre all’interesse nazionale, le varie sollecitazioni.
Da parte nostra, sollecitiamo nel rispetto della nostra mission, su un unico versante: quello dei diritti e della rappresentanza dei migranti,
italiani e non.
Rodolfo Ricci
(Segretario generale FIEI)
|