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DOCUMENTAZIONE:
PORTO ALEGRE – 30 GENNAIO 2005 – FORUM SOCIALE MONDIALE
Seminario della FIEI (Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione) sul tema:
“Globalizzazione, Guerra, Migrazioni: Organizzazione e lotte per i diritti dei cittadini migranti nel mondo”
Sintesi della relazione introduttiva, svolta da Rodolfo Ricci, segretario generale della FIEI
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Secondo il rapporto dell’OIL (Ufficio Internazionale del Lavoro), pubblicato nel maggio del 2004, quasi la metà dei migranti e
dei rifugiati nel mondo “cioè circa 86 milioni di adulti, a fronte di un totale di ca. 175 milioni”, è economicamente attiva, impiegata o impegnata in attività remunerative.
Il rapporto rileva che nei prossimi dieci anni, il numero dei migranti internazionali in cerca di un’occupazione e di migliori
condizioni di vita crescerà rapidamente a causa del fallimento della globalizzazione nel fornire lavori ed opportunità economiche.
“Se si guarda all’economia globale dal punto di vista della gente, il suo più grande fallimento consiste nell’incapacità di
creare lavoro sufficiente nei luoghi in cui le persone vivono”, ha dichiarato il Direttore Generale dell’ILO, Juan Somavia. “Dobbiamo trovare il modo per creare lavori dignitosi per
quel vasto flusso di migranti, attraverso azioni e politiche multilaterali”.
Secondo il rapporto, il numero di migranti è aumentato di circa 6 milioni all’anno nel corso degli anni ‘90. Se i 175 milioni
di migranti internazionali registrati nel 2000 formassero una singola entità politica, essi rappresenterebbero il quinto paese più popoloso del mondo.
“Towards a fair deal for migrant workers in the global economy” rileva che “un numero crescente di paesi è attualmente interessato dal fenomeno migratorio, siano essi di
origine, di destinazione o transito, oppure tutto questo simultaneamente”, e aggiunge che ciò richiede l’adozione di un approccio multilaterale da parte di tutti gli Stati coinvolti
piuttosto che risposte unilaterali.
Il Rapporto indicava che l’approccio multilaterale è necessario per migliorare la gestione della migrazione, “una questione
cruciale dei nostri tempi”.
Il Rapporto evidenzia che:
le conseguenze economiche dell’immigrazione nei paesi di destinazione sono in larga parte positive. I nuovi arrivati
contribuiscono al rinnovamento della popolazione e stimolano la crescita senza inflazione, come avevano già rilevato negli anni ‘70 due grandi studiosi delle migrazioni come Manlio Rossi
Doria o come Paolo Cinanni, grande dirigente della FILEF, la cui rilettura andrebbe a tutti consigliata.
All’indomani della seconda guerra mondiale, i lavoratori migranti hanno contribuito alla crescita dell’Europa per oltre 30 anni.
In Asia occidentale e orientale, dagli anni ‘70 i lavoratori migranti hanno contribuito alla trasformazione delle città in metropoli moderne.
I paesi di origine sperimentano il fenomeno della “fuga di cervelli” di migranti qualificati. Quasi 400.000 scienziati e
ingegneri provenienti dai paesi in via di sviluppo lavorano nei settori della ricerca e sviluppo nei paesi industrializzati.
Secondo i dati della Banca Mondiale, i migranti hanno inviato nei loro paesi, nel 2002, rimesse per un ammontare di circa 80
miliardi di dollari l’anno, che ha costituito per i paesi in via di sviluppo la seconda fonte più grande di entrate dall’estero. Nel 2003 questa cifra è divenuta la principale fonte di
entrate (135 miliardi di dollari). Considerando anche le rimesse effettuate per via informale, cioè non registrabili dalle banche centrali, si stima che questa cifra si situi attualmente
tra i 150 e i 200 miliardi di dollari, cioè quasi il doppio degli I.D.E..
Le donne costituiscono il 49 per cento del totale dei migranti internazionali. Esse rappresentano sempre di più la prima fonte di
reddito per le loro famiglie.
Tra il 10 e il 15 per cento di migranti è in una situazione irregolare, un fenomeno non circoscritto ai soli paesi sviluppati.
“La portata dei flussi di lavoratori irregolari indica chiaramente che la domanda di lavoratori migranti regolari non coincide con l’offerta”.
Il Rapporto fa notare che le condizioni di lavoro per una gran parte di migranti sono caratterizzate dall'abuso e dallo
sfruttamento; in qualche caso assumono la forma del lavoro forzato e troppo spesso vengono negati i diritti sindacali o addirittura si registrano atteggiamenti di discriminazione e
xenofobia.
I lavoratori migranti in situazione irregolare affrontano “gravi rischi per i loro diritti umani e le libertà fondamentali quando
vengono reclutati o impiegati al di fuori della legalità”.
La migrazione costituisce “una delle sfide politiche più complesse per i governi”.
Il Rapporto si appella ai delegati tripartiti degli Stati membri per considerare l’adozione di un programma di azione dettagliato
“per migliorare le condizioni dei lavoratori migranti e promuovere forme di migrazione più ordinate.”
Il Rapporto spiega che le differenze economiche, politiche e demografiche tra i paesi nonché la carenza di occupazione e lavoro
dignitoso, sicurezza economica e libertà personale “aiutano a spiegare in larga parte le ragioni della migrazione internazionale contemporanea”.
“I costi sociali della migrazione per lavoro in termini di separazione dalle famiglie e dalle comunità sono, senza dubbio, più
rilevanti dei costi economici”. Il rapporto rileva che alcuni paesi di origine pare abbiano sviluppato “una cultura dell’emigrazione”.
Inoltre, ci sono “profonde conseguenze per i paesi di destinazione”, ma c’è anche un problema di percezione rispetto all’impatto della migrazione. Il Rapporto
menziona studi realizzati sia nei paesi dell’Europa occidentale che negli Stati Uniti che indicano cambiamenti minimi dei salari causati dall’immigrazione, con alcune indicazioni secondo
cui i salari dei lavoratori più qualificati aumentano nei periodi di forte immigrazione.
Nel contempo, le modifiche sociali inerenti all'accoglienza di immigrati di origine etnica differenti sono diventati oggetto
di dibattito pubblico, “in particolare laddove non si adottano efficaci politiche d’integrazione, la migrazione è talvolta causa di tensioni sociali”.
La questione della migrazione è oggi ai primi posti nell'agenda internazionale. Il recente rapporto della Commissione mondiale
sulla dimensione sociale della globalizzazione pone la migrazione in cima tra le sue raccomandazioni e la Commissione Globale sulla migrazione internazionale ha iniziato a preparare
raccomandazioni per il Segretario generale delle Nazioni Unite e altri stakeholder. Nel 2006, il Dialogo ad Alto Livello dell'Assemblea Generale
delle Nazioni Unite sarà impegnato sulla questione della migrazione e sviluppo.
Alla luce di questi dati e delle conclusioni del rapporto dell’OIL si possono proporre alcune ipotesi di riflessione:
a) - le migrazioni sono un dato strutturale e tendenziale del contesto mondiale;
b) - la vera prospettiva che ci sta di fronte è quella di società interculturali per le quali è fondamentale attrezzarci
rapidamente in termini di corretta accoglienza e di positiva integrazione.
La natura e l’entità del fenomeno migratorio mostrano che le nostre società sono costitutivamente dinamiche; la mobilità
sociale a livello nazionale e mondiale sono un effetto dei processi economici e caratterizzano in forma minore o maggiore ogni società.
Ciò vuol dire che i migranti non sono più solo “gli altri”; migranti siamo sempre di più “noi” e sempre più lo saranno,
probabilmente le nuove generazioni, i nostri figli, le nostre figlie.
Si può dire che precarizzazione nell’ambito dei rapporti di lavoro, delle relazioni sociali, delle ragioni di scambio tra paesi
ed aree, delle relazioni culturali e quindi nell’identità dei paesi e dei popoli, sono tutti epifenomeni del generale sommovimento che chiamiamo “globalizzazione”.
Dentro questo generale processo di mobilità e di accentuazione della dinamicità sociale ed economica tra aree territoriali, rimane
stabile, anzi si irrigidisce, la dimensione di potere del grande capitale finanziario e della egemonia della sua ideologia neoliberale; nella infernale mobilità di tutto ciò che ci
circonda, solo le 500 famiglie più ricche detengono un capitale equivalente a quello dei 2,6 miliardi di persone più povere. Le 7.000 persone più ricche arrivano a possedere quasi la metà
della ricchezza mondiale.
Ciò riperpetua “l’antico”, ma permanente rapporto tra struttura e sovrastruttura, con i suoi corollari di inquinamento della
riflessione politica, sociale e culturale, di alienazione delle coscienze attraverso un uso spregiudicato e criminale dei media, teso a
scatenare, nel nostro caso, conflitti e tensioni tra classi subalterne nazionali e stranieri migranti.
Nell'esempio più “elevato” di mistificazione, alla globalizzazione neoliberale viene fatta coincidere la libertà, mentre nel
rapporto con la mobilità migrante e con la diversità delle identità culturali e religiose, si incitano i demoni dell’intolleranza e del razzismo, giustificati da un’improbabile e
contraddittorio, quanto imputridito “spirito nazionale”.
A fronte dei sommovimenti che stanno avvenendo, non è possibile continuare a posizionare la nostra riflessione sulle categorie
interpretative tipiche dello stato nazionale. Oppure, per dirla diversamente, non possiamo adottare una prospettiva univoca, quella, per quanto ci riguarda, dei paesi che sono meta dei
flussi migratori, paesi, come l’Italia, ove il dibattito politico si è incentrato, negli ultimi 15 anni, sulla questione della regolazione dei flussi in termini di contenimento,
restrizione e sicurezza.
Dal momento che abbiamo accettato la libera circolazione delle merci e dei capitali come dato positivo, pur nelle sue
contraddizioni, dovremmo accettare, pur nella sua insita complessità, la libera circolazione delle persone.
L’antinomia cioè è questa:
1)- o un sistema aperto a tutti i livelli
2)- o un sistema chiuso a tutti i livelli
Oggi ci troviamo dentro un sistema aperto per i capitali, parzialmente aperto per le merci e tendenzialmente chiuso per le persone.
In realtà le persone si muovono comunque, però senza diritti. E in questo dato c’è tutta l’ipocrisia di questo modello di globalizzazione.
In questo forum si discute di un mondo possibile che coniughi libertà e identità, valori universali e diversità culturali,
etniche e di genere; accesso alle risorse per tutti, mantenimento delle identità e specificità dei soggetti e dei territori, ecc., ecc.
Dentro questa complessità, quali possono essere i punti discriminanti per un’azione sociale e politica a favore dei migranti?
Intanto il punto di vista, la prospettiva, deve necessariamente essere “multilaterale”: ogni volta che pensiamo ai migranti
dobbiamo essere in grado di pensare al suo luogo di origine e al suo punto di arrivo o di transito. Dobbiamo cioè essere olistici e non riduttivi della condizione del migrante alla sua
condizione nel punto di arrivo: la sua soggettività è duplice, e se vogliamo comprenderla dobbiamo farci carico della sua prospettiva (che, come detto può essere anche nostra) e della
problematicità e complessità dei contesti da cui viene, delle ragioni che lo fanno venire, che sono le stesse ragioni per le quali assistiamo, per es. ad una sostanziale riduzione del
welfare nei nostri paesi, alla precarizzazione delle relazioni sociali, ecc.
Dobbiamo inoltre aver ben presente che, se è vero che oltre la metà dei migranti lavorano stabilmente nei paesi di accoglimento,
ciò vuol dire che esiste un oggettivo fabbisogno dei mercati del lavoro di questi paesi. Cioè, i sistemi economici dei paesi del nord domandano questa forza lavoro. Serve a poco
sottolineare la diversità dei contesti economici e storici che hanno accolto i milioni di migranti nel corso del ‘900 e quelli attuali: l’accoglienza e il soggiorno di imponenti masse
di emigranti italiani costruita sulla contrattualizzazione della forza lavoro da parte di paesi come la Germania, la Svizzera, il Belgio, la Francia, oppure il Canada o l’Australia, nel
secondo dopoguerra, era la naturale forma di intermediazione della forza lavoro nell'epoca del fordismo-taylorismo e dei paralleli sistemi di welfare e di diritto nazionali.
Finita questa fase (già da alcuni decenni), come è possibile richiedere oggi una regolazione dei flussi di questo tipo, in un
contesto che, all’opposto, formalizza la precarietà (interinale, a progetto, in affitto, ecc.) dei rapporti di lavoro a partire dai lavoratori autoctoni?
E‚ sintomatica la contraddizione emersa in Italia tra Legge 30 (Legge Biagi) e Legge Bossi-Fini, quanto alla concessione dei
permessi di soggiorno legati ai contratti di lavoro: ai lavoratori migranti non è possibile applicare la Legge Biagi che contempla rapporti di lavoro a progetto che possono essere di durata
inferiore ad un anno. Non sarà che gli autoctoni sono già più precari dei migranti ?!
La domanda di forza lavoro dal sud del mondo fa emergere un altro punto interessante di riflessione: come pagano i paesi ricchi, la
disponibilità gratuita di forza lavoro matura (e cresciuta a spese dei paesi poveri, come dicevano Rossi Doria e Cinanni)?
Non la pagano affatto! Si può dire quindi che si sta strutturando un enorme "debito
umano" - accanto al più noto debito ecologico derivante dall'espropriazione delle sue risorse -, del nord verso il sud.
L’entità di questo debito andrebbe calcolata, e potrebbe consentire di chiarire perché debbono essere completamente cancellati i
debiti (in termini di flussi contabili di capitali e di interessi) che il nord ritiene di dover continuare ad incassare dal sud.
Un altro dato e un’altra riflessione: le rimesse dei migranti nel mondo hanno raggiunto, come abbiamo visto, la quota di circa 135 miliardi di USD nel 2003; con le
rimesse informali raggiungiamo una quota variabile tra i 150 e i 200 miliardi di USD. (Per inciso, all’interno di questa quota sono comprese anche le rimesse dei 4 milioni di italiani
emigrati, che rimettono annualmente in Italia circa 5 miliardi di USD; questo dato, da solo - senza citare il famoso indotto di 120 miliardi dollari prodotti dall’italianità nel mondo a
favore del nostro paese -, rende ridicolo lo stanziamento di qualche decina di milione di euro a favore degli stessi 4 milioni di italiani, che l’attuale governo ha ulteriormente ridotto).
La somma delle rimesse totali dei migranti nel mondo supera di gran lunga la cifra degli IDE (investimenti diretti dall’estero)
che raggiungono i PVS (Paesi in via di sviluppo e paesi poveri) ed è quindi la prima fonte di finanziamento e di sviluppo dei paesi del sud del mondo.
Se consideriamo solo i paesi poveri, la somma delle rimesse dei migranti è pari a 4 volte gli IDE diretti verso questi paesi.
Alla luce di ciò si può affermare, contrariamente al luogo comune, che nella situazione presente, maggiore apertura ai flussi
migratori equivale a maggiori opportunità di sviluppo per i paesi poveri e per i PVS. Ciò contrasta fortemente e rende evidente il carattere ideologico dell'affermazione ipocrita delle
destre - ma che raccoglie assenso anche da settori delle sinistre -, secondo la quale bisogna ridurre i flussi ed aumentare gli aiuti alla cooperazione e allo sviluppo.
In realtà si può affermare che solo un combinato positivo di maggiore apertura ai flussi migratori e maggiori aiuti allo sviluppo
e investimenti dall'estero possono essere in grado di fornire concreto aiuto alla accelerazione dello sviluppo dei paesi poveri e dei PVS, e quindi, ma solo a medio termine, influire su una
riduzione dei flussi migratori.
Eppur vero che si tratta anche di indirizzare gli investimenti nei paesi del sud derivanti dalle rimesse, in modo tale che essi
siano efficaci per uno sviluppo sostenibile socialmente ed ecologicamente e non verso spese improduttive o verso la rendita di lobby locali; ma questo riguarda anche gli IDE e gli aiuti allo
sviluppo.
In questo senso sono certamente ipotizzabili sistemi di regolazione dei flussi tra paesi di arrivo e di provenienza che coniughino
positivamente attraverso accordi bilaterali e multilaterali, apertura all’immigrazione e priorità di investimenti derivanti dalle rimesse, con particolare attenzione a quelli relativi
alla salute, all’educazione, alla sostenibilità ecologica, alla autosussistenza alimentare, ecc.
In ciò si dovrebbero attivamente impegnare un governo di sinistra.
Dal canto nostro (dell’Italia, dell’Europa, del cosiddetto nord), non abbiamo quindi altra strada realistica che quella di
attrezzarci con rapidità verso politiche adeguate di accoglienza e di integrazione rispettosa dell'identità. Integrazione e rispetto dell’identità non possono essere scisse; ne
deriverebbe infatti una riduzione delle opportunità per due motivi, che non sono solo di natura etica o afferenti alla sfera dei diritti:
1) - l’assimilazione che cancella l’identità è il peggior viatico alla “sicurezza”.
2) - le opportunità derivanti dalla biculturalità dei migranti, costituiscono, sul piano sociale ed economico una enorme risorsa
relazionale, ad ogni livello, nell’epoca della globalizzazione.
La storia ci dimostra, al di là delle congiunture economiche positive o negative che attraversano ogni paese, che grandi realtà
nazionali come gli USA, l’Australia, il Canada, il Brasile o l’Argentina, hanno costruito la loro potenza economica con le migrazioni; gli USA continuano a farlo “senza riconoscerlo
ufficialmente -: si stima infatti che sul territorio USA sono presenti attualmente dai 10 ai 13 milioni di migranti irregolari occupati nel mercato del lavoro locale; ambasciate, consolati,
forze di polizia conoscono bene come sono arrivati e dove sono vivono e lavorano questi migranti, sia negli USA, sia nei paesi europei, ove è anche consistente la presenza di irregolari, più
noti come clandestini.
Tra le grandi opportunità derivanti dal rispetto dell’identità dei migranti e dalla loro positiva integrazione, ce n’è
un'altra degna di riflessione: si può infatti ipotizzare che da un approccio di questo tipo, si aprano nuove, insondate possibilità di cooperazione internazionale tra paesi di arrivo e
paesi di origine, nelle quali il ruolo dei migranti sia quello di attori e protagonisti dei processi e dei progetti di cooperazione.
Attraverso l’investimento oculato sulla risorsa immigrazione in termini di formazione culturale e tecnologica, e il successivo
coinvolgimento attivo dei migranti nella cooperazione con i loro paesi di origine, può essere pagato, almeno in parte, quell’enorme debito umano che i paesi ricchi contraggono con i paesi
di emigrazione.
Politiche attive di inserimento sociale, scolastico, lavorativo, di assistenza sanitaria, ecc., concessione dei diritti civili e di
partecipazione nei tempi più brevi possibili (3 anni di residenza per il voto amministrativo, come tra l’altro suggerito dalla risoluzione n. 136 del 15.01.2003 approvata a Strasburgo dal
Parlamento Europeo, e 5 anni per la concessione della cittadinanza), costituiscono quindi l’unico approccio realistico da perseguire per la soluzione della complessità dei problemi posti
dalle migrazioni internazionali.
Altri punti fondamentali sono quello della concessione automatica della cittadinanza per chi nasce sul territorio italiano, e il
riconoscimento del diritto di ricongiungimento familiare.
Quanto ai minori non accompagnati, il cui fenomeno è in rapida crescita, ai profughi ed ai rifugiati, l’apertura su tali
questioni dovrebbe essere se possibile ancora maggiore: non è solo una questione di civiltà, il che sarebbe già sufficiente; le responsabilità dei paesi ricchi (che sono anche i paesi
produttori ed esportatori armi), nello scatenamento o nella mancata regolazione dei conflitti, come anche, appunto, della vendita di armi, è enorme come è enorme il debito contratto verso
le aree di conflitto e di chi da tali aree è costretto a fuggire.
Vorrei terminare con un’ultima considerazione: ciò che qui rivendichiamo non è cosa nuova o assunta ideologicamente o che fa
riferimento ad un astratto seppur validissimo sistema di valori; sono le stesse, pressoché identiche considerazioni e rivendicazioni che nel corso del '900 e a tutt'oggi portiamo avanti in
ogni paese in cui sono residenti i nostri connazionali emigrati.
Ricorderete i dati forniti all’inizio di questa relazione: di quei 175 milioni di migranti oggi presenti nel mondo, oltre 4
milioni sono italiani. Essi corrispondono al 2,7 % di tutti i migranti.
Dal 1875 al 1975 sono emigrate dall’Italia oltre 28 milioni di persone. Essi hanno conosciuto la drammaticità e la durezza
dell'esperienza migratoria; e l’hanno conosciuta anche le loro famiglie rimaste in Italia e le loro regioni che si sono viste spopolare.
Questi migranti hanno fatto la fortuna e costruito lo sviluppo di tanti grandi paesi.
Oggi in Italia si ragiona su come recuperare, al meglio, le opportunità derivanti da questa presenza nel mondo dei 4 milioni di
italiani e degli oltre 60 milioni di oriundi.
Sappiamo che fino ai primi anni ‘80 del ‘900, la nostra bilancia dei pagamenti con l’estero raggiungeva o si avvicinava al
pareggio grazie alle rimesse dei migranti italiani.
E‚ a partire da questa storia che ci siamo sentiti autorizzati o se volete ci siamo arrischiati in queste considerazioni e in
queste ipotesi che come FIEI intendiamo portando avanti in collaborazione con le organizzazioni di migranti e di quelle che operano a loro favore in tanti paesi del mondo.
Rodolfo Ricci
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