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accessi da dicembre 2000

   

 
 
«In questa notte scura, qualcuno di noi, nel suo piccolo, è come quei “lampadieri” che, camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all'indietro, appoggiata sulla spalla, con il lume in cima. Così il lampadiere vede poco davanti a sé, ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri. Qualcuno ci prova. Non per eroismo o per narcisismo, ma per sentirsi dalla parte buona della vita...».

 

Direttore responsabile: Stelvio Antonini      

 

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Le notizie qui presentate vengono inserite come vengono ricevute nella nostra casella postale. Emigrazione Notizie non si assume nessuna responsabilità relativamente al loro contenuto.

   

 

GRANELLO DI SABBIA (n°135)
Bollettino elettronico settimanale di ATTAC
Mercoledì 10 novembre 2004
______________________________

Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera più ampia
possibile.Numero di abbonati attuali: 7 067
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Indice degli argomenti

I custodi dei semi

1 - Bolkestein o Frankestein?
di Marco Bersani
Dall'Ue una direttiva contro lo stato sociale e i diritti del lavoro

2 - Direttiva Bolkestein, welfare sotto scacco
di Raoul Marc Jennar, ricercatore presso Oxfam solidarité (bruxelles) e
Urfig (parigi).
Deregolamentazione del mercato del lavoro, privatizzazione dei servizi.
Tutto ciò che si nasconde dietro il provvedimento che sta per essere varato
in Europa (.)

3 - Ancora più potere nel Gats per la Commissione UE!
di tradewatch.splinder.com
Uno studio sugli effetti della direttiva bolkestein sui negoziati gats

4 - "Paradisi fiscali": i postriboli della globalizzazione
di Emir Sader
La globalizzazione liberista necessita dei "paradisi fiscali" così come la
famiglia tradizionale necessitava dei postriboli (.)Traduzione a cura di
Cecilia de Vita

5 - Localizzare anziché globalizzare, la meta di un'economia diversa
di Maria Mies
Il concetto "localizzare anziché globalizzare" non significa solamente un
restringimento degli spazi economici. Implica un' altra prospettiva, un
altro modello di economia e società (.) Traduzione a cura di Chiara Arnolfi


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I custodi dei semi
__________________________________________________________

Bruciate la nostra terra
bruciate i nostri sogni
gettate acido sui nostri canti
coprite di polvere
il sangue della nostra gente massacrata
coprite con la vostra tecnologia
le voci di tutto ciò che è libero
selvatico indigeno.
Distruggete
Distruggete
la nostra erba e il nostro suolo
radete al suolo
ogni fattoria e ogni villaggio
costruiti dai nostri antenati
ogni albero,ogni casa
ogni libro,ogni legge
tutto ciò che è giusto e armonioso.
Con le vostre bombe spianate ogni vallata
con le vostre imposizioni
cancellate il nostro passato,
la nostra letteratura,la nostra metafora.
Spogliate le foreste
e la terra
fino al punto che nessun insetto
nessun uccello
nessuna parola
possa più trovare un posto per nascondersi.
Fate tutto questo e anche di più.
Non ho paura della vostra tirannia
non mi dispererò mai
perchè conservo un seme
un piccolo seme vivente
che custodisco
e pianterò di nuovo.

(poesia palestinese)

_____________________________

1 - Bolkestein o Frankestein?
__________________________________________________________

di Marco Bersani

Si chiama Bolkestein - dal nome del Commissario Europeo per la Concorrenza e
il Mercato Interno dell' uscente commissione Prodi - la Direttiva con cui
l'UE si appresta a dare il colpo di grazia a quel che resta del "modello
sociale europeo", già agonizzante dopo le privatizzazioni che si sono
succedute e la continua messa in discussione dei diritti sociali e del
lavoro.
La proposta di Direttiva - approvata all'unanimità della Commissione Europea
nello scorso 13 gennaio - è entrata in dirittura d'arrivo : il prossimo 11
novembre si terrà l'udienza al Parlamento Europeo della Commissione per la
Concorrenza e il Mercato Interno; a fine novembre sarà sottoposta al vaglio
del Consiglio dei Ministri Europei; da lì inizierà l'iter procedurale per
giungere, probabilmente a marzo 2005, al voto finale del Parlamento Europeo.
La Direttiva Bolkestein -elaborata dopo la consultazione di ben 10.000
aziende europee e nessun sindacato e/o organizzazione della società civile-
è uno degli obiettivi di mobilitazione contenuti nell'appello dei movimenti
sociali uscito dal Forum Sociale Europeo di Londra, in cui si è proposto il
lancio di una campagna continentale per il ritiro completo e immediato della
stessa.
Proviamo a capire perchè.

Come il Gats
Pomposamente annunciata come un provvedimento teso a "diminuire la
burocrazia e ridurre i vincoli alla competitività nei servizi per il mercato
interno", la Direttiva Bolkestein (IP/04/37) si prefigge di imporre ai 25
Stati membri dell'Unione le regole della concorrenza commerciale, senza
alcun limite, in tutte le attività di servizio"; dove, per servizio si
intende (art. 4) "ogni attività economica che si occupa della fornitura di
una prestazione oggetto di contropartita economica". E' evidente la
similitudine con i principi e le procedure già stabilite in sede di
Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) con l' Accordo generale sul
Commercio dei Servizi (Gats). Similitudine che è esplicitata direttamente a
pag. 16, laddove si dice come " i negoziati Gats sottolineano la necessità
per l'UE di stabilire rapidamente un vero mercato interno dei servizi per
assicurare la competitività delle imprese europee e rafforzare la sua
posizione negoziale". Ed ecco svelato l'arcano: l'Europa deve privatizzare i
servizi sul mercato interno per poter pretendere, da una posizione di forza
all'interno dei negoziati Gats, la privatizzazione dei servizi nel resto del
mondo. Ovvero, siamo all'Europa che, lungi dal proteggere le popolazioni
dalla globalizzazione neoliberista, si candida ad assumerne la guida.

Peggio del Gats
Ma la Direttiva Bolkestein va ancora oltre. Innanzitutto perchè - al
contrario del Gats - non prevede alcuna possibilità di restrizioni nazionali
all'accordo. Configurandosi come una direttiva "orizzontale" e non nominando
alcun settore in particolare, si applica dovunque sia possibile l'apertura
di un mercato, intendendo l'esistenza di un mercato "ogni settore di
attività economica in cui un servizio può essere fornito da un privato". In
secondo luogo perchè gli ostacoli "burocratici" alla competitività, che si
prefigge di eliminare, sono in larga parte le disposizioni prese dai poteri
pubblici per la migliore prestazione del servizio in termini di garanzie
sociali ed ambientali, di tutela dell'accesso universale, di trasparenza
delle procedure, di qualità del servizio, di diritti del lavoro, di
contenimento delle tariffe.
In pratica, si rimette radicalmente in discussione il potere discrezionale
delle autorità locali; poco importa che queste ultime siano elette e
controllate democraticamente dai cittadini, a differenza dei membri della
Commissione Europea!

Il principio del paese d'origine
Ma il cuore della Direttiva Bolkestein - e la sua eccezionale gravità -
risiede nell'art. 16 relativo al principio del paese d'origine. Con questo
principio, l' UE rinuncia definitivamente alla pratica dell'armonizzazione"
fra le normative dei singoli Stati, pratica che era finora assurta ad
elemento quasi fondativo dell'Unione stessa.
Secondo il nuovo principio, un fornitore di servizi è sottoposto
esclusivamente alla legge del paese in cui ha sede l'impresa, e non a quella
del paese dove fornisce il servizio. Per dirla in parole semplici quanto
apparentemente incredibili : un' impresa polacca che distacchi lavoratori
polacchi in Francia o in Belgio, non dovrà più chiedere l'autorizzazione
alle autorità francesi o belghe se ha già ottenuto l'autorizzazione delle
autorità polacche, e a quei lavoratori si applicherà solo la legislazione
polacca.
E' evidente, in questo principio, la novità introdotta dall'allargamento
dell'UE agli ex-paesi dell'Est: poiché entrano nell' UE paesi le cui
legislazioni fiscali, sociali e ambientali in questi quindici anni di
"transizione" sono divenute quelle proprie dello "Stato minimo", si
abbandona l'armonizzazione e si prepara un processo di vero e proprio
dumping sociale. Siamo di fronte ad un incitamento legale a spostare le
imprese verso i Paesi a più debole protezione sociale e del lavoro, e, una
volta approvata definitivamente la Direttiva, a pressioni fortissime sui
Paesi i cui standard sociali e di lavoro sono storicamente molto più
avanzati.

Colpo di grazia allo stato sociale e ai diritti del lavoro
Senza volersi addentrare in ulteriori, ma significativi, dettagli - come, ad
esempio, il fatto che il controllo sulle condizioni di lavoro dei lavoratori
distaccati in un altro paese è affidata agli ispettori del paese
d'origine! - appaiono chiarissimi i segni che la Direttiva Bolkestein è
destinata a lasciare:
a) apertura alla concorrenza e alla privatizzazione di quasi tutte le
attività di servizio, dalle attività logistiche di qualunque impresa
produttiva ai servizi pubblici come istruzione e sanità;
b) deregolamentazione totale dell'erogazione dei servizi con drastica
riduzione, se non annullamento, delle possibilità d'intervento degli enti
locali e delle organizzazioni sindacali;
c) destrutturazione e smantellamento del mercato del lavoro attraverso la
precarizzazione e il dumping sociale all'interno dell' Unione Europea

Necessaria una mobilitazione di massa
Se questo è il quadro, stupisce come la risposta da parte di partiti,
sindacati e movimenti abbia tardato ad arrivare. A partire
dall'informazione, ancor oggi patrimonio di poche e volenterose
organizzazioni, ma priva della diffusione di massa che una Direttiva così
grave meriterebbe.
Al Forum Sociale Europeo di Londra, la rete europea di Attac ha costruito
due seminari ed un workshop che hanno visto la partecipazione di componenti
importanti dei sindacati e dei movimenti : dalle marce europee alla
Federazione Europea dei Trasporti, dall'insieme dei sindacati nordici
(svedesi e belgi in prima fila) al Sud-PTT francese, da Oxfam Solidarity
alla Cgil - Funzione Pubblica. Ma tutto ciò continua ad essere largamente
insufficiente rispetto alla portata dell'attacco ai diritti, prevista dalla
direttiva Bolkenstein. Senza una forte mobilitazione dei sindacati nazionali
ed europei, dei movimenti sociali continentali, delle forze politiche nei
Parlamenti nazionali ed Europeo, la partita del modello sociale europeo
rischia di essere definitivamente persa. Per questo e da subito, occorre che
nei luoghi di lavoro, nei territori e nelle sedi istituzionali si
costruiscano percorsi di sensibilizzazione e di mobilitazione che, a partire
dalla prossima scadenza dell' 11 novembre al Parlamento Europeo, giungano
nel marzo 2005 a Bruxelles con una grandissima manifestazione per l'Europa
sociale e per il ritiro "senza se e senza ma" della famigerata Direttiva
Bolkestein. Un'altra Europa è possibile, ma a condizione che ciascuno si
assuma la sua parte nel difficile compito di costruirla.


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2 - Direttiva Bolkestein, welfare sotto scacco
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di Raoul Marc Jennar, ricercatore presso Oxfam solidarité (bruxelles) e
Urfig (parigi).

La Commissione europea ha annunciato una nuova Direttiva tesa a «ridurre i
vincoli alla competitività» (IP/04/37, 13 gennaio 2004). Dietro questi
propositi si nasconde un nuovo attacco irresponsabile della Commissione
contro quel che resta del «modello europeo», agonizzante dopo le
privatizzazioni che si sono succedute e le ripetute rimesse in causa dei
diritti sociali. Si tratta di un progetto di Direttiva "relativa ai servizi
per il mercato interno", preparato dall'ultraliberista commissario europeo
Bolkestein. Il testo del progetto, il comunicato stampa e una valutazione
generale della Direttiva si trovano sul sito
http: //www. europa. eu.
int/comm/internal_market/fr/services/services/index. htm.
L'obiettivo è imporre ai 25 Stati membri dell'Unione le regole della
concorrenza commerciale, senza alcun limite, in tutte le attività di
servizio che non sono già coperte da altre normative europee. Ciò significa
che la logica del profitto s'imporrà ovunque. Chi ha familiarità con le
regole dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc/Wto) e dell'Accordo
generale sul commercio dei servizi (Agcs/Gats), riconoscerà in questo
progetto di Direttiva i principi e le procedure già stabilite da quegli
accordi. Ancora una volta l'Unione europea non protegge dalla
globalizzazione neoliberista; ne prende, anzi, la guida.

Oggetto della Direttiva
Il progetto di Direttiva stabilisce «un quadro giuridico generale per
eliminare gli ostacoli alla libertà di insediamento dei fornitori di servizi
e alla libera circolazione dei servizi in seno agli Stati membri». La
Direttiva definisce (art. 4) i servizi come segue: «Ogni attività economica
che, secondo l'art. 50 del Trattato istitutivo, si occupa della fornitura di
una prestazione oggetto di contropartita economica». Chiaramente sono presi
in considerazione tutti i servizi eccetto quelli erogati direttamente e
gratuitamente dai poteri pubblici: l'istruzione e la cultura, la sanità e le
cure sanitarie. Un promemoria della Commissione (Memo/04/03, 13 gennaio
2004) presenta una lista incompleta dei servizi presi in considerazione
dalla Direttiva, che vanno dai servizi giuridici alle professioni
artigianali, l'edilizia, la distribuzione, il turismo, i trasporti, i
servizi sanitari e di copertura delle cure sanitarie, i servizi ambientali,
gli studi di architettura, le attività culturali, il collocamento.

Gli "ostacoli"
Gli "ostacoli" sono rappresentati dalle legislazioni e regolamenti
nazionali, considerati dalla Commissione europea «arcaici, obsoleti e in
contraddizione con la legislazione europea». Occorre «riformare» per
«modernizzare». Ma questi "ostacoli" sono spesso disposizioni prese dai
poteri pubblici per la migliore prestazione del servizio dal punto di vista
dell'utilizzo dei fondi pubblici, dell'accesso di tutti, delle garanzie
fornite per la sua qualità, del diritto al lavoro, delle tariffe, della
trasparenza. Gli "ostacoli" presi di mira dalla Commissione europea sono
dunque decisioni che i poteri pubblici hanno preso per evitare che il
settore dei servizi diventi una giungla. Ecco perché la Commissione europea
intende rimettere in causa «il potere discrezionale delle autorità locali»
(IP/02/1180 del 13 luglio 2002), ossia delle istituzioni elette e
controllate democraticamente. La Direttiva proposta è una vera e propria
aggressione portata da un gruppo di tecnocrati al servizio delle imprese
private contro le scelte operate in passato dalle istituzioni votate a
suffragio universale.

Modus operandi
Il principio del Paese d'origine (art. 16) Allo scopo di eliminare gli
ostacoli alla libera circolazione dei servizi, il progetto rinuncia a una
pratica consolidata nella costruzione europea, quella dell'armonizzazione,
assurta quasi a principio fondatore. Per comprendere questo cambiamento
radicale, occorre avere presente l'importanza dell'ingresso dei nuovi dieci
stati membri, le cui legislazioni fiscali, sociali e ambientali sono quelle
proprie dello "Stato minimo". L'armonizzazione non risponde più
necessariamente all'interesse delle imprese private e, dal momento che ciò
ora serve, viene sostituita dal "principio del Paese d'origine". Secondo
questo principio, un fornitore di servizi è sottoposto alla legge del Paese
in cui ha sede l'impresa, e non a quella del Paese dove fornisce il
servizio. Ci si trova di fronte a un vero e proprio incitamento legale a
spostarsi verso i Paesi dove le normative fiscali, sociali e ambientali sono
più permissive, con il risultato che il nuovo principio, una volta diventato
norma europea, eserciterà una forte pressione sui Paesi i cui standard
fiscali, sociali e ambientali proteggono di più l'interesse generale. Con il
"principio del Paese d'origine", la Direttiva viola l'art. 50 del Trattato
istitutivo della Comunità europea, secondo cui «il fornitore di servizi può
esercitare a titolo temporaneo la sua attività nel Paese in cui fornisce la
prestazione alle stesse condizioni che questo Paese pratica alle imprese
nazionali». La regola del "Paese d'origine" diventerà pertanto una facile
scappatoia per le imprese erogatrici di servizi.
2. Regimi di autorizzazione (artt. da 9 a 15) Per facilitare la libertà di
insediamento, gli Stati dovranno limitare le condizioni poste
all'autorizzazione di insediamento di un'attività di servizio. Queste
condizioni dovranno essere non discriminatorie, obiettivamente giustificate
da ragioni imperative di interesse generale, adeguate a tali ragioni,
precise e non equivoche, obiettive e rese pubbliche in anticipo. Nel caso in
cui i poteri pubblici non rispettino queste condizioni, il fornitore privato
di servizi potrà ricorrere in giudizio. Gli Stati non potranno più: esigere
la nazionalità del Paese di insediamento da parte del fornitore, del suo
personale, dei detentori del capitale sociale, dei membri degli organi di
gestione e di sorveglianza; esigere la residenza nel territorio del Paese di
insediamento da parte delle stesse persone; subordinare l'autorizzazione
all'insediamento all'esistenza di un bisogno economico o alla domanda di
mercato; subordinare l'autorizzazione alla valutazione degli effetti
economici attuali o potenziali dell'attività prevista; subordinare
l'autorizzazione all'armonizzazione dell'attività; obbligare il fornitore a
costituire o partecipare a una garanzia finanziaria o a sottoscrivere
un'assicurazione presso un altro fornitore o organismo esistente sul
territorio in cui egli opera; obbligare il fornitore a essere stato iscritto
a un registro o ad aver esercitato quell'attività per un periodo minimo di
tempo. Gli Stati dovranno modificare le proprie legislazioni per eliminare
ogni caratteristica considerata "discriminatoria" nelle condizioni sotto
specificate, in modo da giustificarne la ragion d'essere e per provare che
tali esigenze non vanno oltre quanto necessario a raggiungere l'obiettivo:
limiti quantitativi o territoriali basati sulla popolazione o su una
distanza geografica minima; obbligo di costituirsi sotto una forma giuridica
particolare; esigenze legate alla detenzione di capitale: obbligo di
disporre di un capitale minimo per certe attività o avere una qualifica
personale particolare per detenere il capitale sociale o gestire certe
società; imposizione di un numero minimo di dipendenti; tariffe obbligatorie
(minima e massima) che il prestatore deve rispettare; divieti e obblighi in
materia di vendita a perdere e di saldi; obbligo da parte del fornitore di
dare accesso a servizi forniti da altri; obbligo da parte del fornitore di
servizi di fornire, insieme al suo, altri servizi specifici. Sarà la
Commissione europea, di cui si conosce la "devozione" verso le imprese
private, a verificare che la legislazione degli Stati membri si adegui alle
nuove disposizioni. Questo progetto sottrae ai poteri pubblici qualsiasi
diritto di indirizzare l'organizzazione dell'attività economica del proprio
Paese.
3. La sanità (art. 23) La Direttiva non prevede norme particolari per nessun
settore dei servizi, tranne che per le cure sanitarie. Se un fornitore di
cure sanitarie dello Stato A vuole stabilirsi nello Stato B, quest'ultimo
non può subordinare l'autorizzazione dell'insediamento alla presa in carico
delle cure sanitarie da parte del forniture di cure dello Stato A sulla base
del sistema di sicurezza sociale dello Stato B (quello dove egli si vuole
stabilirsi). Un fornitore di cure che si stabilisca in un Paese, non è
quindi tenuto a rispettare il sistema di sicurezza sociale del Paese ospite.
Ci si trova in presenza della volontà deliberata da parte della Commissione
europea di togliere agli Stati il potere di decidere della loro politica
sanitaria. Così facendo, la Direttiva viola il principio di sussidiarietà
previsto dall'art. 152-5 del Trattato secondo cui «nella sanità pubblica
l'azione della Comunità rispetta pienamente la responsabilità degli Stati
membri quanto a organizzazione ed erogazione di servizi sanitari e cure
mediche».
4. L'armonizzazione commerciale (art. 29) La Commissione riscopre le virtù
dell'armonizzazione quando si tratta di decidere l'abrogazione di una norma
etica: l'interdizione della pubblicità commerciale per le professioni
regolamentate, che viene considerata "desueta e sproporzionata" (IP/04/37
del 13 gennaio 2004). L'abrogazione deve permettere per esempio ai medici o
agli architetti per esempio di entrare pienamente nella competitività
commerciale e fare uso delle regole della concorrenza a scapito delle
riserve che impone loro la deontologia.

L'impatto
Le conseguenze di questa Direttiva, se adottata, sarebbero considerevoli.
1. La nuova definizione dei servizi è molto ampia e apre la strada alla
privatizzazione e alla messa in concorrenza di quasi tutte le attività di
servizio, compresa la quasi totalità dell'insegnamento, la totalità della
sanità e delle attività culturali.
2. Il "principio del Paese d'origine" permette di deregolamentare e
privatizzare totalmente i servizi che non sono forniti direttamente e
gratuitamente dai poteri pubblici.
3. Il "principio del Paese d'origine" consente di destrutturare e
smantellare il mercato del lavoro nei Paesi in cui è organizzato e protetto:
un'impresa polacca che distacchi dei lavoratori polacchi in Francia o in
Belgio, ad esempio, non dovrà più chiedere l'autorizzazione alle autorità
francesi o belghe se ha già ottenuto l'autorizzazione dalle autorità
polacche e a quei lavoratori si applicherà solo la legislazione polacca.
Inoltre se l'impresa polacca utilizza personale che proviene, ad esempio,
dalla Ucraina (Paese che non fa parte dell'Unione), solo la legislazione
polacca verrà applicata a questi dipendenti. Infine il principio consentirà
alle imprese ad interim di distaccare lavoratori interinali negli altri
Stati membri senza la minima restrizione, alle condizioni salariali del
Paese d'origine.
4. La scomparsa delle restrizioni nazionali all'insediamento apre la strada
allo "Stato minimo", e cioè a uno Stato che ha perso il diritto di fare le
scelte fondamentali nella politica dell'istruzione, della sanità, della
cultura e dell'accesso di tutti ai servizi essenziali.

La Direttiva e il Gats
Il progetto di Direttiva si può applicare a quattro modalità di fornitura
dei servizi, che il Gats così definisce.
Prima modalità: i servizi transfrontalieri, come quelli provenienti dal
territorio di un Paese membro e destinati a un altro Paese membro; ad
esempio, la trasmissione telematica di consulenze di avvocati del paese A al
paese B senza spostamento fisico di una delle due parti.
Seconda modalità: il consumo transfrontaliero o quello all'estero, come
l'affitto da parte di un turista del paese A di una macchina all'estero.
Terza modalità: la sistemazione di un fornitore di servizi di uno Stato
membro sul territorio di un altro Stato membro.
Quarta modalità: il distacco temporaneo di persone, come ad esempio operai
edili del paese B occupati provvisoriamente nel paese A, nel quadro di un
contratto edile eseguito da una impresa del paese B. Il Gats riguarda tutti
i servizi di tutti i settori, con una sola eccezione, i servizi pubblici
forniti nell'esercizio del potere governativo a condizione che non lo siano
su base commerciale (devono essere gratuiti), né in concorrenza con altri
fornitori.
La Direttiva sarà applicata a tutti i servizi forniti alle imprese e ai
consumatori, eccetto quelli erogati gratuitamente e direttamente dai poteri
pubblici. La direttiva e il Gats poggiano su principi comuni. La regola
della trasparenza vale a dire l'obbligo di fornire informazioni sui servizi.
L'accesso al mercato che implica che i Paesi aprano il loro mercato ai
fornitori di Paesi terzi e che questi ottengano il diritto di fornire quei
servizi sul loro territorio. Il trattamento nazionale quello in base al
quale lo Stato membro deve riservare ai fornitori stranieri di servizi lo
stesso trattamento riservato ai fornitori nazionali, con l'aggravante -
rispetto al Gats - che, nel caso della Direttiva, lo Stato non può imporre
le proprie leggi ai fornitori stranieri.
Nel quadro del Gats questi principi devono essere esplicitati per ogni
settore e sono possibili delle restrizioni; non è così nella Direttiva. Essa
prevede che gli Stati membri non possano subordinare l'accesso a una
attività di servizio e alla sua fornitura ad un particolare regime di
autorizzazione come ad esempio test di necessità economica, salvo: se
l'obiettivo perseguito non può essere realizzato attraverso una misura meno
restrittiva; se il regime di autorizzazione non è discriminatorio verso un
altro fornitore di servizi; se la necessità di un tale regime si giustifica
per motivi vincolanti di interesse generale.
Il Gats riconosce invece che i Governi possono intervenire con la
regolamentazione pubblica purché essa abbia un fondamento scientifico e non
esista un'altra regolamentazione meno distorsiva della concorrenza. Il
progetto di Direttiva appare chiaramente per quel che è: una trasposizione
del Gats, in chiave ancora più neoliberista.

La Direttiva e l'allargamento
Questa Direttiva, una volta adottata dal Parlamento europeo, si applicherà a
tutti i 25 Stati membri dell'Unione. Bisognerebbe essere ingenui per credere
a una coincidenza tra la presentazione di questo progetto e l'allargamento
dell'Europa. Il "principio del Paese d'origine" diventa interessante solo
perché l'allargamento crea due spazi in seno all'Europa: uno formato dai
Paesi che ancora conoscono le regole di diritto in campo fiscale, sociale e
ambientale; e un altro spazio che, in seguito alle intense pressioni del
Fmi, della Banca mondiale e dell'Unione europea, è stato "riformattato"
secondo i principi neoliberisti prima dell'ingresso nell'Unione dei Paesi
che vi appartengono. Con questa Direttiva, viene legalizzato il dumping
fiscale, sociale e ambientale.


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3 - Ancora più potere nel Gats per la Commissione UE!
__________________________________________________________

di tradewatch.splinder.com

Il gruppo di ricerca DAPSE (Democracy and Public Services in Europe) ha
pubblicato uno studio sugli effetti della direttiva Bolkestein sui negoziati
Gats. La direttiva in oggetto riguarda una liberalizzazione completa di
tutti i servizi all'interno dell'UE, ed è stata duramente criticata per le
sue possibili conseguenze. Tra queste, il DAPSE fa notare come ci sarebbero
anche degli effetti diretti e molto gravi sui rapporti di potere tra i
diversi organismi europei.
In primo luogo, infatti, la competenza sui negoziati Gats verrebbe
trasferita quasi interamente sulla Commissione, ancora più di quanto non
accada oggi, quando la stessa Commissione è comunque chiamata a coordinare i
lavori e le proposte dei diversi paesi membri, ad esempio tramite l'organo
tecnico denominato Comitato 133.
In secondo luogo la Commissione sarebbe ulteriormente rafforzata nei
negoziati in quanto potrebbe offrire qualcosa di molto più appetibile per
gli altri membri del Wto: l'intero "mercato" dei servizi europeo, nei
diversi settori.
Questo significa che l'attuale potere di controllo ed indirizzo del
Parlamento sui negoziati Gats, che già ora è assolutamente insufficiente,
verrebbe praticamente azzerato, visto che lo stesso Parlamento Europeo non
ha poteri per correggere la Commissione durante i negoziati in corso. In
pratica i parlamenti nazionali e quello europeo, organi sovrani, eletti dai
cittadini europei, non avrebbero più alcun potere in materie quali
l'istruzione, la sanità, i trasporti, l'energia, le poste e
telecomunicazioni, il trattamento dei rifiuti, la gestione delle acque. In
tutti questi e nei molti altri settori oggetto del Gats si rischia di avere
unicamente la Commissione, ed al suo interno il Commissario al commercio,
non eletto, a decidere per conto delle centinaia di milioni di cittadini
europei.
Il rapporto completo si può scaricare alla pagina: http://www.dapse.org


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4 - "Paradisi fiscali": i postriboli della globalizzazione
__________________________________________________________

di Emir Sader

La riunione della UNCTAD, della scorsa estate in Brasile, ha riportato al
centro delll'attenzione il tema delle tasse ai movimenti di capitale
denominati "paradisi fiscali". Sembra un fenomeno minore, privato, un'
aberrazione, ma tuttavia, come diceva Brecht, dall'esagerazione si deduce l'
essenza di un sistema. La globalizzazione liberista necessita dei "paradisi
fiscali" così come la famiglia tradizionale necessitava dei postriboli,
compensazione equilibrante di matrimoni indissolubili. La lettura di ciò che
sono e del loro funzionamento dice molto di più del capitalismo
contemporaneo che centinaia di inutili manuali di economia e finanza. Si
tratta di micro-territori o di Stati con una legislazione fiscale blanda o
inesistente, che ricevono capitali in forma anonima mediante una sorta di
commercializzazione della propria sovranità.
In questi posti - la Svizzera o il Principato di Monaco, le Isole Cayman, le
Bahamas o il Lussemburgo, per un totale compreso fra i 60 e i 90 in tutto il
mondo - varie banche ricevono denaro da ogni angolo dell'universo, da
qualsiasi persona o società, senza che questi debbano giustificare l'origine
di tali risorse. Sono ubicati nelle periferie dei grandi centri economici
del mondo, ovvero Stati Uniti, Europa e Asia, e sono fabbriche per il
riciclaggio di denaro sporco di mafie, di dirigenti politici corrotti e di
aziende. Secondo il FMI, questo riciclaggio rappresenta fra il 2 e il 5% del
PIL mondiale. La metà dei flussi di capitale internazionale transita per i
"paradisi fiscali",  oppure vi risiede, in una quantità che oscilla fra i
600 e i 1500 milioni di dollari sporchi che circolano in questo circuito.
Per avere un'idea di cosa significhi questa quantità, è sufficiente dire che
i debiti pubblici in tutti i mercati internazionali tocca i cinquemila
milioni di dollari.
Le multinazionali si avvalgono in larga misura di questa situazione, che si
adatta perfettamente alle loro esigenze. L'evasione fiscale si appoggia ai
centri cosiddetti "offshore", che attirano quanti tentano di evadere il
pagamento delle tasse sulle proprie ricchezze o fortune. L'insieme delle
attività dei "paradisi fiscali" è diventato un ingranaggio essenziale del
capitalismo mondiale, in quanto genera il 20% della ricchezza privata di
tutto il mondo. Si tratta di rendite illecite, provenienti dal traffico di
armi, dal lavoro dei mercenari di guerra, dal commercio di droga, dalla
prostituzione, dal contrabbando, dai furti e da altre attività simili. L'
anonimato dei conti e il segreto bancario sono gli strumenti di questi
affari mostruosi e immorali, che sono diventati ancora più facili a causa
delle politiche vigenti di deregolamentazione economica e finanziaria.
I "paradisi fiscali" situati in Europa, come il Principato di Monaco, la
Svizzera, San Marino e il Liechtenstein, furono creati dalla Comunità
Europea per non aver adottato misure che mettessero un freno alla
circolazione di capitali di provenienza non dichiarata, ma furono menzionati
anche paesi che non controllano l'invio di questi capitali, come Russia,
Israele e le Filippine. L'anno scorso la Banca del Brasile ha tenuto un
seminario sulla lotta al riciclaggio di denaro sporco da parte del sistema
bancario, diventando così la prima banca statale al mondo ad aderire ad
iniziative di questo genere. È un buon inizio, ma sarebbe necessario che
iniziative sistematiche e di più ampia portata, che coordino diversi settori
di attività del governo e altre istanze sociali, agissero in modo energico e
prioritario contro il riciclaggio di denaro sporco e di remesas per i
"paradisi fiscali". Non solo ne trarrebbe vantaggio la riscossione dei
tributi, ma soprattutto sarebbe un passo importante nella lotta al
narcotraffico.
Le somme provenienti dal narcotraffico che circolano nel sistema finanziario
devono essere enormi. Per quel che si sa, non si è ancora giunti a questi
circuiti, che porterebbero non solo ad arrestare i leader del narcotraffico
e a smantellarne i gruppi locali, ma anche a quei signori che di fatto
lucrano con queste attività illecite. Dopotutto fu per quella via che gli
Stati Uniti riuscirono ad arrestare Al Capone. Ed è per quella via che
potremo arrivare alla rete di articolazioni che coinvolgono milioni di
dollari e che passa dal sistema finanziario e dai "paradisi fiscali".

ALAI, América Latina en Movimiento

Traduzione a cura di Cecilia de Vita


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5 - Localizzare anziché globalizzare, la meta di un'economia diversa
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di Maria Mies

Il concetto "localizzare anziché globalizzare" non significa solamente un
restringimento degli spazi economici. Implica un' altra prospettiva, un
altro modello di economia e società rispetto a quello
capitalistico-patriarcale regnante. Io questo modello lo chiamo "economia
dell' iceberg". Korten/Shiva e Perlas lo chiamano "economia del suicidio".
Questa  nuova economia deve partire innanzitutto da una diversa definizione
di "buona qualità della vita". Alcune considerazioni in campo ecologico ci
hanno dimostrato come il modello attuale di "buona qualità della vita", non
solo non sia realizzabile per tutti gli abitanti del globo, ma non riesca
nemmeno a soddisfare coloro che fino ad ora ne sono stati i fruitori.. Una
nuova prospettiva. Che io chiamo prospettiva della sussistenza- al contrario
ci può liberare dalla logica di crescita suicida del sistema industriale.
Un denominatore comune del peraltro eterogeneo movimento di protesta contro
la globalizzazione è il riprendere il controllo delle basilari condizioni di
vita. Cibo, vestiti, acqua, trasporti, conoscenza, salute ecc..non devono
essere controllati né dai lontani piani alti delle grandi multinazionali né
da strumenti di burocrazia globale come il WTO.
A mio avviso questa meta può essere raggiunta solo attraverso una strategia
della localizzazione. Il tentativo di creare dall'alto una nuova economia
dal volto umano è una contraddizione in sé e finirebbe inevitabilmente in un
nuovo totalitarismo.
Se ci chiediamo come riesca a sopravvivere quella maggioranza di persone
sulla terra che non appartiene all'aristocrazia dei lavoratori "liberi", che
occupano la punta dell' iceberg dell'economia, ci rendiamo conto di come
questo sia possibile ancora oggi solo grazie al collegamento con economie
locali, sia nelle campagne che nelle città. Il capitalismo globale è in
grado infatti di sfruttare il pianeta e le persone. Non è però in grado di
garantire la loro esistenza.

Localizzare si basa su altri principi
Localizzare implica un rifiuto dei  basilari principi capitalisti e
patriarcali e la loro sostituzione con nuovi principi di sussistenza, ad
esempio:

Anziché crescita economica permanente ed espansiva - Costruzione di spazi
economici che rispettino i confini.
Questi limiti non sono solo di natura ecologica, ma anche economica e
sociale. Anche i nostri bisogni sono limitati. L'economia capitalista
collega il soddisfacimento di quasi tutti i nostri bisogni alla produzione e
al consumo di merce. Questo significa  che non bevo acqua quando ho sete,
bensì coca cola o birra. Quello che è senza limiti, è la produzione e la
vendita di questi prodotti (vedi Mies 1988). Il risultato: rimaniamo sempre
insoddisfatti.

Anziché egoismo individuale come principale motore dell'economia -
reciprocità , orientamento al benessere comune, solidarietà .
Istituzioni globali come il WTO e il GATS elimineranno anche i resti dei
concetti di stato sociale e benessere comune.

Anziché concorrenza universale - cooperazione
Il dogma neoliberale della concorrenza è divenuto dottrina accettata in
tutte le economie. Non struttura solo l' economia, ma anche il comportamento
dei singoli, la loro gestione del tempo, i loro programmi per il futuro, i
loro rapporti con gli altri. Una società basata su questo principio può
dimostrare la sua supremazia solo attraverso la guerra.

Anziché divisione fra economia e morale - reintroduzione di una nuova "moral
economy"
La divisione capitalista fra economia  e morale ha reso necessarie
determinate istituzioni, ad esempio la religione, la famiglia, lo Stato, la
religione che in un' amorale economia "razionale" dovevano mantenere alti
alcuni valori, senza i quali la vita sociale sarebbe finita in una guerra
tutti contro tutti. Una nuova "Moral Economy" non è moralistica. Significa
piuttosto una ri-collocazione dell' economia nella società (Polyami, 1957).
Una "Moral Economy" si basa sul riconoscimento degli elementi essenziali per
la sopravvivenza di una società (Mies 1994)

Anziché orientamento della produzione in base alle esigenze del commercio
(per l' Export)-orientamento del commercio in base alla produzione per i
bisogni regionali e locali.
Le risorse locale, il Know-how locale, la forza lavoro locale vengono
utilizzate, laddove possibile, per il soddisfacimento locale della domanda,
questo significa per tutte le persone e per tutti gli esseri in una
particolare regione. Solo ciò che viene prodotto in eccedenza rispetto ai
bisogni locali viene esportato. In questo modo si può evitare che i piccoli
agricoltori e i piccoli produttori soffrano la fame mentre producono
prodotti di lusso (fiori, gamberi, abbigliamento sportivo) per i ricchi nei
paesi ricchi.
La produzione e il consumo a livello locale riducono il  commercio
transoceanico.
Aziende locali vengono gestite localmente. Investimenti e capitale rimangono
nella regione e producono nuovi posti di lavori in loco.
La maggior parte delle decisioni politiche ed economiche vengono prese
localmente. Per questo motivo il potere deve essere in mano agli attori
locali e a coloro che dipendono dalle loro decisioni, e non ad
organizzazioni globali.
Localizzare si basa sul principio di sussidiarietà. Se alcuni prodotti non
possono essere prodotti in una regione,  l'ente immediatamente superiore
(Provincia, Stato, Ue)può procurarli. La stessa cosa vale per le decisioni
politiche.
Localizzare non significa né autarchia né provincialismo, bensì
"Self-Reliance" (indipendenza).
Un vero internazionalismo è possibile solo sulla base di collettività che
decidono autonomamente della propria economia e della propria società.
Democrazia diretta che non comprende solo gli uomini ma tutti gli esseri
viventi (democrazia di vita, Shiva 2001).
I principi finora nominati sono attuabili e controllabili sono in piccoli
spazi economici. Soprattutto in queste forme di economia locali i produttori
ed i consumatori sono in grado di costatare direttamente se la produzione,
il commercio  il trasporto etc.. avvengono in modo equo, quali conseguenze
si hanno per l' ambiente , se il patrimonio ecologico viene conservato o
distrutto, come sono strutturati i rapporti di lavoro, se i salari e i
prezzi hanno un rapporto equo, come sono regolati i rapporti fra uomini e
donne.
Principi democratici di base come: auto-organizzazione e
auto-amministrazione, auto-determinazione, indipendenza economica possono
essere realizzati e mantenuti solo in economie locali. Soprattutto i
principi di democrazia lì non rimangono limitati nelle sfere politiche,
nella democrazia rappresentativa. Possono essere finalmente applicati anche
nell' economia. Questo è secondo me anche il miglior metodo per evitare un
degenerare  di tali economie locali in rapporti feudali-patriarcali.
In un' economia capitalistica globalizzata anche la democrazia
rappresentativa si riduce comunque ad una farsa. Vengono reintrodotti
rapporti di tipo feudale e patriarcale, persino lavoro in schiavitù perché
esiste ormai un solo valore che conta: il profitto ad ogni costo.

Diverse priorità
Una tale modifica della struttura economica richiede anche altre priorità,
ad esempio:
Agricoltura prima dell'industria: poiché i generi alimentari provengono
comunque dalla terra e devono essere prodotti localmente e regionalmente, l'
agricoltura non può seguire l'attuale impostazione del modello industriale.
Quest' ultimo è indirizzato verso le condizioni del mercato mondiale. I
piccoli agricoltori devono essere rafforzati. Molte più persone rispetto ad
oggi possono trovare lavoro nell'agricoltura
Associazioni di produttori e di consumatori possono garantire ai piccoli
produttori entrate regolari ed ai consumatori un'alimentazione sana ed altri
prodotti. Inoltro possono rigenerare un senso di responsabilità verso la
terra sia nei produttori che nei consumatori.
Eliminazione delle sovvenzioni agrarie che incoraggiano il business agrario
e liquidano i piccoli agricoltori che producono per il mercato locale.
Pretesa di cambiamento verso un'agricoltura biologica. Pretesa di ricerca
sui vecchi metodi di coltivazione riproponibili, sia nei paesi del sud che
del nord del mondo.

Diversa divisione del lavoro e diversi rapporti.
Sono necessari soprattutto un'altra definizione ed un altro metro di
valutazione del lavoro, un metro di valutazione che non sia dipendente dal
corrispettivo in denaro. Questo tipo di valutazione non potrà affermarsi nel
sistema economico se rimaniamo legati ai vecchi rapporti e divisione del
lavoro coloniali e gerarchici. Questi sono soprattutto: la divisione del
lavoro e i rapporti fra uomo e donna, la divisione del lavoro fra
intellettuali ed operai, e la divisione del lavoro fra agricoltura ed
industria
La vecchie società di sussistenza erano organizzate in base a principi
patriarcali e feudali. Tali principi venivano mantenuti e sostenuti da
ideologie come le religioni patriarcali.
Quando si parla di economie locali  alcuni temono che questo debba implicare
un ritorno a tali forme di supremazia premoderne.
Il miglior metodo contro tali timori è una cosciente lotta di uomini e donne
contro i rapporti patriarcali. Un possibile inizio sarebbe l' eliminazione
delle discriminazioni gerarchiche fra i due sessi.
In una nuova economia non solo le donne devono poter fare lo stesso lavoro
degli uomini, ma anche gli uomini devono svolgere quei lavori sociali  non
pagati e di sussistenza sia in  casa che nell' ambiente e nella società.
Solo quando la metà delle persone non vedrà più questo tipo di lavoro come
un peso, indegno e squalificante potrà cambiare qualcosa nel rapporto fra i
sessi.
Un' interruzione dell' odierno rapporto fra agricoltura ed industria non
modificherebbe solamente l' agricoltura nei termini di cui sopra, bensì
anche l' industria, e questo significa anche la scienza e la tecnologia.
Esattamente come quella agricola, anche la produzione industriale e la
ricerca tecnologica dovrebbero indirizzarsi verso i bisogni e le ecologie
locali, e non più verso le prospettive di maggior guadagno sul mercato
globale. Questo sposterebbe subito l'interesse dei ricercatori verso altri
problemi.
L'eliminazione della suddivisione del lavoro coloniale e gerarchica non
significa in alcun modo una completa eliminazione della divisione del lavoro
e delle specializzazioni in generale. Al contrario, quando queste
suddivisioni sono liberate dalla logica del prodotto e dell'accumulo, ogni
lavoratore potrà indirizzare e rimarcare maggiormente le proprie
predisposizioni e talenti.
Questo è anche il miglior modo per mantenere le diversità e per evitare ogni
tipo di monocoltura, sia essa biologica o culturale.
Una modifica delle economie locali nel senso di una prospettiva di
sussistenza anticapitalistica e antipatriarcale sia nel nord che nel sud del
mondo conduce inevitabilmente ad un cambiamento delle strutture globali.
Economie regionali più o meno  basate su un sistema di self-reliance, in cui
le importazioni da altre regioni assumono solo una funzione integrativa e
non la principale fonte di approvvigionamento porteranno ad una restrizione
del commercio mondiale e ridurranno drasticamente lo spreco di risorse, i
trasporti, i rifiuti da imballaggio, l'utilizzo della chimica nell'
agricoltura e nell'industria. Nessun tipo di monocoltura sarà più
redditizia, così come un economia orientata esclusivamente sull'
esportazione. La Germania ad esempio dovrà smettere di essere considerato
esclusivamente come "nazione industriale". Quanto rimane del commercio
mondiale deve poi essere organizzato in base ai principi del commercio equo.
Questo significa che non esisteranno più i paesi con costi del personale
minimi.

Traduzione a cura di Chiara Arnolfi

 

«Il nostro Paradiso perduto»

di Talal Khrais

da Gazzetta Politica

Aspettando un’altra partita 

Il nuovo scenario. La malattia di Yasser Arafat apre nuovi orizzonti alla querelle israelo-palestinese. I moderati Abu Ala e Abu Mazen potrebbero diventare interlocutori «veri». Le incognite

L’uscita di scena di Yasser Arafat, che non sono pochi a considerare (o a sperare) definitiva, mette in scena indubbiamente una diversa rappresentazione del confronto israelo-palestinese. Viene infatti a mancare il  "nemico numero uno", quello con il quale Sharon (e gli americani) non volevano dialogare - forti dei vari voltafaccia del Rais - attualmente sostituito da personaggi come Abu Ala (primo ministro) e Abu Mazen (vice presidente dell’Olp).
Formalmente stretti collaboratori di Arafat, ma al tempo stesso - ed in varie occasioni - suoi "oppositori" interni, vengono considerati i veri moderati del mondo palestinese, quelli con i quali Sharon (anche se in passato irrideva la loro funzione,  giudicandola inutile "tanto poi alla fine riferite ad Arafat che decide") non potrà rifiutarsi di parlare da oggi in poi.
Addirittura in questa situazione torna prepotentemente alla ribalta la Road Map, che il premier israeliano considera partita chiusa con la decisione del ritiro unilaterale da Gaza. Non sono pochi, infatti, in Israele (a partire dal ministro della difesa) che, alla luce dell’attuale situazione, considerano non impossibile un ripensamento dell’unilateralità. Anche se per Sharon non è successo niente o quasi. Ed in effetti, la "facciata" della leadership palestinese rimane - ma non potrebbe essere diversamente - con un occhio ed un orecchio a Parigi, dove il vecchio leader, malato più di quello che si vuol far sapere, mostra un presenzialismo per qualcuno quasi patetico.

Ma chi è rimasto a gestire deve fare i conti con le varie fazioni, che ancora considerano l’attentato kamikaze come l’unica forma di lotta contro Israele (ne parliamo nell’intervista in questa stessa pagina, N.d.R.). Addirittura potrebbe esserci un incremento del numero di attacchi palestinesi ad obiettivi dello Stato ebraico. È almeno la convinzione di alcuni analisti palestinesi, citati dal quotidiano israeliano Haaretz:un  tentativo delle organizzazioni estremiste di guadagnare visibilità e potere al cospetto di chi è chiamato a sostituire il raìs, l’ex premier Abu Mazen, uomo del dialogo e convinto oppositore del terrorismo.
E l’attacco al mercato Carmel di Tel Aviv - in cui sono morte tre persone - si inserirebbe proprio in quest’ottica. Tanto più che a condurlo è stato un esponente delle Brigate Abu Ali Mustafa, del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Due, secondo gli analisti, le tesi che avvalorano questa ipotesi. La prima è che le Brigate non sono altro che un gruppo sparuto di estremisti sotto l’ombrello del Fronte, che hanno cercato di farsi pubblicità e acquisire maggiore visibilità.
La seconda, e più importante, riguarda invece i contrasti pregressi tra il Fronte Popolare e lo stesso Abu Mazen. Un alto funzionario del partito Fatah (che fa riferimento ad Arafat, e adesso all’ex premier) ha spiegato ieri il concetto con molta efficacia. L’organizzazione è furiosa con Abu Mazen per la sua decisione, al tempo in cui era primo ministro, di ridurre significativamente il numero di partecipanti del Fplp ai meeting della commissione esecutiva dell’Olp, e di far fuori alcuni suoi membri dal direttivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
E se la riconferma di Bush alla guida della Casa Bianca continuerà a mantere sempre alta "l’amicizia" con Israele, non c’è dubbio che anche l’America vorrà riproporre la Road Map con forza: e Sharon, a quel punto - e fermo restando l’ammorbidimento delle posizioni palestinesi e la dichiarata lotta al terrorismo - non potrà far finta di niente.
Dunque vedremo nei prossimi giorni quale rimescolamento delle carte potrà verificarsi sui due tavoli: con  la speranza  che, alla fine, il tavolo possa diventare unico. Per una vera partita senza trucchi.

«Il nostro Paradiso perduto»

Intervista ad Abou Fadi Hammad responsabile di Al Fatah-Intifadah. La violenza dei kamikaze palestinesi è giustificata, Israele e il mondo hanno tolto loro la Patria 

Incontro nel campo di Mar Elias il responsabile in Libano dell’Organizzazione Al Fatah - Intifadah, Abou Fadi Hammad, fratello dell’ambasciatore palestinese a Roma, Nemer Hammad. La sua Organizzazione si è opposta agli accordi di Oslo perché non prevedeva con chiarezza uno dei nodi fondamentali della causa palestinese è cioè il ritorno di centinania di migliaia di persone che erano state costrette a lasciare la Palestina nel 1948. Hammad considera queste divisioni, sotto l’ombra del governo Sharon, superate perché oggi non esiste neanche la fondamenta del futuro Stato palestinese. Oggi, dice Abou Fadi, "siamo molto preoccupati per il leader, il simbolo del popolo palestinese, Yasser Arafat, assediato dai carri armati e dai cecchini sotto gli occhi di tutto il mondo".

Parlando con Lei sembra difficile sperare...
Io sono ottimista ma vedo solo nubi: fino quando i palestinesi devono soffrire? Siamo l’unico popolo che ha la sua terra e non può averla, arrivano ebrei da tutto il mondo, anche quelli che ignorano dove si trova il Medioriente, ottengono il lavoro, la cittadinanza e la casa. La situazione si è peggiorata con l’avvento al potere in Israele di Ariel Sharon, il quale sostenuto dall’amministrazione Bush compie un massacro dopo l’altro. Nonostante tutto ciò viene ricevuto nelle capitale europei come un eroe. Un eroe responsabile delle distruzioni dei campi, della costruzione del muro, dell’accerchiamento  mortale per le famiglie palestinesi e la loro economia. Sharon è l’uomo delle uccisioni, il suo governo ha legittimato l’uccisioni dei bambini "sospetti" di essere terroristi.

Ma anche i palestinesi sono considerati assassini dei civili.
Cosa devono fare i palestinesi? La loro leadership assediata, le loro case sequestrate e distrutte, sono ridotti ad una estrema povertà, senza speranza. Il loro sogno di avere uno Stato svanisce con i governi di destra, l’unica arma che possiedono per difendere la loro dignità e le loro famiglie è trasformarsi in bombe umane. E quando entrano in possesso di armi moderne le utilizzano per affrontare  la macchina militare israeliana. Il governo israeliano ha azzerato  le risoluzioni Onu sui rifugiati palestinesi, sai che il  problema del diritto al ritorno dei profughi è uno dei nodi centrali della questione palestinese; e anche se l’Autorità Nazionale Palestinese vede qualche speranza, Israele non ci pensa per niente. Gli impegni relativi ai profughi sono quelli citati dalla risoluzione 194, approvata dalle Nazioni unite l’11 dicembre 1948, secondo la quale bisogna permettere ai rifugiati che lo desiderino di ritornare nelle loro case il prima possibile e vivere in pace con i loro vicini, mentre a coloro che decidessero di non rientrare devono essere pagati indennizzi. Questo  diritto inalienabile è stato  ribadito dalla risoluzione 3236 approvata il 22 novembre 1974, che parla di diritto inalienabile dei palestinesi a ritornare nelle proprie case. Le risoluzioni 194 e 3236 sono rimaste lettera morta: milioni di profughi palestinesi continuano a vedersi negato il diritto al ritorno e si trovano a vivere in molti casi negli stati arabi vicini, sottoposti spesso a forti discriminazioni, come avviene in Libano. Le risoluzioni 194 e 3236 non sono citate nella Road Map, che invece parla esplicitamente delle risoluzioni 242, 338 e 1397 sull’occupazione dei territori palestinesi come basi per le discussioni. Non dimenticare che la questione dei profughi è stata uno dei punti nodali che ha fatto fallire i colloqui di Camp David nel luglio 2000.

Non crede che la violenza generi violenza?
Credo che  loro non hanno più alternativa: è stato loro concesso uno Stato ed una vera autonomia per rinunciare alla loro lotta che non é in primo luogo una lotta armata, ma una rivendicazione legittimata anche dalle risoluzioni dell’Onu. Israele ha risposto con la violenza e i palestinesi hanno trasformato la loro lotta pacifica in lotta armata. Purtroppo il mondo di oggi è cieco, non vede i missili che vengono lanciati contro le case in piena notte, né i cannoni dei carri armati, né l’uccisione mirata: vede come terrorista, solo il giovane che perde ogni speranza e si trasforma in bomba umana offrendo la sua vita come arma.

L’esodo ha coinvolto in pratica tutto il Medioriente.
Espulsi dalla loro patria dal 1948, i palestinesi vivono alle frontiere dello stato di Israele, chi nei campi, chi in città. Molti quì in Libano marciscono nella miseria, altri si sono rifatti una vita, ma tutti continuano a essere profondamente segnati dal dolore provocato da una perdita irreparabile e sognano il ritorno. I palestinesi, anche quelli che si sono sistemati, sognano la Palestina, ogni occasione si trasforma in un ricordo, matrimoni o funerali. È il  paradiso perduto.

Quale è la situazione dei palestinesi in Libano e in altri Paesi arabi?
I Palestinesi in esilio da decenni, vivono, come ho detto,alle frontiere con lo Stato occupante Israele e nei campi; posso dire senza esagerazione che sono nella miseria, trascurati da tutto il Mondo e dagli stessi Paesi arabi. Molti  di loro  si sono fatti la loro vita, ma quasi tutti continuano ad essere segnati dalla sofferenza per aver perso la speranza del ritorno. Sono 3 milioni e mezzo, forse di più. Una minoranza vive nei campi profughi, in Libano, in Siria, in Giordania o anche in Cisgiordania, a Gerusalemme est o a Gaza. Alcuni si sono stabiliti in Egitto o in Iraq, nei paesi del Golfo e persino negli Stati Uniti. Molti di loro conoscono la povertà, altri sono invece medici, ingegneri, intellettuali brillanti, o ricchissimi uomini d’affari.

Malgrado il passare del tempo c’è ancora chi ricorda la Palestina?
I nostri ricordi sono ancora freschi, non siamo stati esiliati 3000 anni fa. E poi le nostre case e le nostre terre sono così vicine. Il 1948, la catastrofe (in arabo  Nekbah) è rimasta  una ferita profonda. Tieni conto che l’identità dei palestinesi, in maggioranza contadini, era legata alla terra, perdere la propria terra, la propria casa, significava perdere il proprio onore e la propria identità.

Nei Paesi arabi dove hanno più problemi?
L’esilio è dolore e amarezza, ma non ha dappertutto  lo stesso sapore. In Siria i rifugiati hanno gli stessi diritti dei cittadini siriani, eccezione  fatta per il diritto di voto. Molti palestinesi occupano posti chiavi nelle amministrazioni siriane. In Siria inoltre aprono  attività commerciali, possono essere proprietari di un alloggio, diventare funzionari, esercitare la professione di avvocato o di medico o altre professioni. In Libano, invece, dagli inizi degli anni 90, essi sono sottoposti a misure di eccezionale durezza e sono vittime di un forte razzismo: sono esclusi dal lavoro, un laureato deve esercitare sotto un laureato libanese, non possono iscriversi nelle scuole pubbliche né ricoverarsi in qualsiasi ospedale.

Come giudica il ritiro israeliano da Gaza?
Il mio movimento ha espresso soddisfazione dopo l’approvazione da parte del Parlamento israeliano del piano di disimpegno dalla Striscia di Gaza. Io personalmente penso che sono stati costretti a farlo per diminuire le perdite di vite umane ed economiche.

«Siamo stati traditi da tutti, soprattutto dagli Stati arabi» 

Viaggio a Sabra e Chatila, dove i profughi palestinesi subirono un terribile massacro nel 1982. La speranza di potere un giorno tornare nella propria terra

Sono famosi i due campi di Sabra e Chatila, uno attaccato all’altro: famosi dal 1948, soggetti a continui incursioni israeliane e dello stesso esercito libanese (dal 1969 fino al 1973), famosi per la sofferenza continua, trascurati sia dalle organizzazioni internazionali che dallo Stato libanese, che rifiuta ogni responsabilità nei loro confronti.
Sono stato accompagnato dal responsabile di al Fatah, Abu Ala. Insieme abbiamo visitato il famoso cimitero di Sabra e Chatila, 5000 persone massacrate dalle milizie cristiane sotto gli occhi delle forze di occupazione israeliane nel 1982. Trascurato per molti anni e trasformato in una discarica,  oggi è diventato un vero mausoleo grazie ad un progetto realizzato dal comune di Ghobeiri (alla periferia sud di Beirut) e ogni giorno viene visitato da molti ospiti, per ricordare e dare dignità alle vittime innocenti.
Nel campo incontro Abu Mhamoud (74 anni), porta ancora il vestito arabo e in tasca conserva la sua carta di identità e la patente di guida palestinesi. Gli chiedo cosa ricordi dalla Palestina: subito gli occhi si riempiono di lacrime. "Cosa non ricordo? Ho partecipato alla rivoluzione di Ezzeddin al Kassam nel 1936 contro gli occupanti inglesi. Io, nel 1935, pregavo fianco a fianco del capo della rivoluzione palestinese al Kassam". È il nome che porta l’ala militare dell’organizzazione Hamas, nome usato anche per i missili che vengono usati contro gli insediamenti ebraici.
Abou Mohamoud mi dice: "Ho messo da parte duemila dollari, tutto ciò che ho potuto raccogliere del mio lavoro come muratore: servono a portare la mia ossa in Palestina per essere seppellite quando ritornano i palestinesi".
Un giovane palestinese, Samir, mi racconta: "Quì non abbiamo speranza, i diritti umani sono negati, i bambini possono andare solamente nelle scuole dell’Unrwa, dai campi non possiamo uscire perché la gente fuori ci tratta male. Noi però, quando i libanesi hanno bisogno di sangue e non lo trovano tra i loro amici, ci presentiamo subito per donarlo senza neanche riflettere".
Nel campo di Chatila, abitato da quasi il 35% dei libanesi poveri, quando chiedi a qualcuno di dove sei ti risponde: "di Haifa", "di Ramallah", "di Jaffa" o dei villaggi distrutti dopo il 1948, dei quali mantengono viva la memoria, conservando con cura foto e collezioni di ricordi.
I ragazzi, anche quelli più giovani, sognano il ritorno, e conoscono a memoria la risoluzione 194 dell’Assemblea generale adottata dalle Nazioni Unite l’11 dicembre del 1948: "È opportuno permettere ai rifugiati che lo desiderano di tornare alle loro case il più presto possibile e vivere in pace coi loro vicini". Essi rigettano con indignazione la seconda parte di questa risoluzione: "Indennità dovranno essere pagate a titolo di compensazione per i beni di coloro che decidono di non ritornare".

Im Ahmad  (la  madre di Ahmad) mi racconta: "Tutta la nostra vita è stata, ed è, una continua sofferenza. Nel 1976 la destra libanese accerchiò il nostro campo. Lo spaventoso assedio durò 52 giorni. Poi un’altra deportazione, questa volta a Chatila. Ho assistito ai massacri di Sabra e Chatila, mi sono salvata per miracolo". Im Ahmad  si sfoga con me : "Siamo stati traditi da tutti, dalla comunità internazionale, ma sopratutto dagli altri Paesi arabi". E ricorda l’altro dramma dei circa 350.000 palestinesi espulsi dal Kuwait, nel 1991, dove ormai vivevano da decine di anni.
In Libano i palestinesi sono diventati il capro espiatorio ideale per tutti i partiti politici, siano essi di destra o di sinistra. I libanesi, attribuiscono la responsabilità della guerra civile ai palestinesi e rigettano i  loro crimini, su questo popolo della diaspora più lunga.
Lo Stato libanese dimentica i massacri di Sabra e Chatila e nel novembre del 1998 nomina Elia Hobeika, uno dei principali istigatori di quella carneficina, membro del Governo (venne poi ucciso nel 2002).
L’Unrwa, che provvede alla scolarizzazione dei rifugiati fino alla terza media, garantisce loro le cure mediche ed eroga aiuti ai più svantaggiati, vive una profonda crisi in tutti i settori del suo intervento. Il 95% dei suoi finanziamenti è formato da contributi internazionali volontari e oggi questi non pervengono più in quantità sufficiente.

 

 www.ecumenico.org

CUANDO EL PUEBLO EN BUSCA DE SU LIBERACIÓN LUCHA Y NO PIERDE LA ESPERANZA, POR LA JUSTICIA Y EL BIENESTAR DE TODO EL PUEBLO DE DIOS.*

Ricardo Cornejo, Presbítero Iglesia Luterana Salvadoreña

Hermanos y hermanas:

Las Comunidades de Fe y Vida, COFEVI de El Salvador, del sector Iglesias del pueblo salvadoreño, queremos agradecerles por  invitarnos a dar gracias a Dios, junto a este pueblo heroico, congregado frente a la catedral de nuestro pastor y mártir Monseñor Oscar Arnulfo Romero.

Cuando los hombres y mujeres de buena voluntad recordamos la historia y recordamos a los seres queridos que partieron ofrendando su vida, por darnos a nosotros un futuro mejor, debemos dar gracias al Dios de la verdad y de la justicia y nos debe de encender el espíritu beligerante, en memoria de nuestros héroes y mártires de la ofensiva general del FMLN de noviembre de 1989.

Hace 15 años un 11 de noviembre  miles de hombres y mujeres de buena voluntad  bajaron de las montañas de El Salvador y con su esfuerzo  glorioso, patriótico y muy cristiano, lograron imponer la negociación, para desarrollar los acuerdos de paz, y se impusieron sobre los militares, sobre la oligarquía, sobre Arena y el imperialismo. Fue una hazaña heroica.

Este pueblo aquí presente fue el que abrió con paso firme  y puso fin a la guerra y conquistó los acuerdos de paz en enero de 1992. Esta iniciativa militar victoriosa del FMLN unificado y fuerte, fue lo que permitió entrar a esta etapa que vivimos, costo mucha sangre y sacrificio, es parte de nuestra historia  de nuestra resistencia.

Damos gracias a Dios por cada uno de ustedes, por nuestros caídos en combate, les recordamos a cada uno de ustedes en nuestras oraciones, su practica de fe, que es activa, que es servicial, que es el amor por la justicia y que son fuertes en los sufrimientos y en la esperanza. Sí, que son hombres y mujeres de esperanza, y que mantienen vigentes los sueños de liberación y de justicia, de dignidad y de democracia de pueblo salvadoreño que siempre trabaja en busca de un futuro mejor.

Hermanos (as), compañeras y compañeros la esperanza, la justicia, la dignidad del ser humano se construye con manos, cuerpo y espíritu pero especialmente con justicia social, allí esta el Cristo histórico, que confrontó las potestades y principados de este mundo ayer  y los sigue confrontando hoy en su pueblo  que somos nosotros, hombres y mujeres de buena voluntad, que somos luz y sal en este mundo, solidarios en oración y acción.

Un Revolucionario o un cristiano, no puede pasar de largo cuando ve a su pueblo caído en el camino, maltratado por los ladrones y depredadores de la humanidad, que buscan maniatar al pueblo con leyes de imposición.

Monseñor Romero por convicción de fe  en el Cristo histórico y amor a su prójimo sigue denunciando a los dioses del poder y del dinero hasta el día de hoy.  Y de que la culebra sigue mordiendo al de pies descalzos, en nuestro país se sigue dando, nos decía y nos sigue diciendo que es necesario hacerse pueblo, para entender la verdad de cristo. El nos decía: “Los pobres son el pueblo evangelizador”

Para nosotros como Comunidades de Fe y Vida los pobres son los que evangelizan  la iglesia, con el caminar con los pobres hemos aprendido, que son los actores de una practica de Fe y de  Vida, al ser producto de la presencia de Dios, al descubrir en las relaciones de Dios con una practica pastoral. En las escrituras, la  iglesia debe  realizar una lucha  con los incapacitados y empobrecidos, en este mundo por las imposiciones de los poderosos y ante la desesperanza y  la locura, antes de  ser victimarios   somos  victimas a través de la pobreza por la cadena del mal.

El proyecto de Dios indica ser. Vida digna en todas las dimensiones, solidaria y plena, por que la esperanza es de Dios y nos la comparte y nos pide responsabilidad, por eso servir al Señor es defender su creación, la vida, el medio ambiente, la sociedad, los niños, las niñas, los derechos humanos en fin todo aquello que proviene de su gracia, al hacerlo, estamos  cumpliendo con su palabra.

Como dice la escritura “ no todo aquel que me dice Señor, Señor, entrara en el reino de los cielos” Esto se refiere a que no basta rezar o menos aún los golpes de pecho mientras somos indiferentes al dolor humano, al dolor de nuestros hermanos y hermanas en nuestras comunidades, cuando no tienen agua, luz, empleo, vivienda, derecho a una vida digna.

 Que él. Dios de la vida  nos siga soplando con su espíritu liberador, para poder liberar a nuestro pueblo de toda opresión estructural.

 

 

También debemos honrar este día la memoria del hermano, del compañero, del amigo de los pueblos Yasser Arafat, líder palestino, quien con su practica de fe y de acción, dedicó gran  su vida a luchar por su pueblo y pasa a engrosar la lista de los que nunca mueren y siempre simbolizaran la vida y la esperanza de pueblo. ¡Qué viva la lucha del pueblo palestino! ¡Qué viva la Intifada! ¡Gloria a Yasser Arafat, conductor del pueblo palestino!

Hermanos y hermanas:

Tomemos la verdad de Dios y pongámonos en la solidaridad concreta de oración y acción, a favor de las grandes mayorías, para honra y gloria del Dios de la vida, de justicia, que nos mantenga con la llama ardiendo y encendida, al  que resucitó de entre los muertos.  AQUÍ ESTÁN LOS CAIDOS EN COMBATE CELEBRANDO CON NOSOTROS. Dios nos  bendiga hoy y siempre. Hermanos(as), Compañeras y (os).

Y Por siempre Amen.  Y Amen

 

San Salvador, 11 de noviembre de 2004

 

*Texto de predicación que realizará esta tarde en la Plaza Cívica el pastor luterano Rev. Ricardo Cornejo en Culto Ecuménico en Homenaje a los Caídos en Noviembre de 1989.

 

¿Comercio o sumisión?

Uno de los coordinadores de la Alianza Social Continental conmemora el impasse de los acuerdos Mercosur – Unión Europea, revela que ellos sólo le interesan al agronegocio y propone, como alternativa, un sistema de intercambio basado en valores opuestos a los de la OMC

Déborah Moreira

A lo largo de los últimos dos años, un mito espantoso ha dominado las noticias económicas cada vez más pobres que los periódicos ofrecen a sus lectores: es la fábula de la supuesta “vocación agrícola” de Brasil. Dos pilares la sustentan. La sumisión del país a los mercados financieros internacionales, que no fue enfrentada, exige que exportemos un volumen cada vez mayor de mercancías. Los dólares que entran permiten que el Estado continúe pagando intereses brutales a sus acreedores, sin el riesgo de una crisis cambiaria a corto plazo. Además de eso, está la coyuntura externa. En parte gracias a un boom de inversiones en China, cuyo aliento es dudoso, los precios de las materias primas agrícolas y de los minerales sufrieron un enorme impulso en ese mismo período.

Vistos de forma acrítica por los medios, estos dos factores han distorsionado el debate sobre los rumbos de la economía y sobre los propios objetivos estratégicos del país, en su relación con el mundo. La mayor parte de la opinión pública cree hoy que exportar productos agrícolas es uno de los caminos más viables para retomar el “desarrollo”. Se apoya, en consecuencia, la idea de que Brasil debería firmar una amplia gama de acuerdos de “libre” comercio. ALCA, tratado Unión Europea – Mercosur, ronda de negociaciones para la “apertura” de los mercados en la Organización Mundial del Comercio (OMC) – todas estas serían “oportunidades” para abrir los países ricos para los productos del amplio y soleado territorio brasilero.

La construcción del pensamiento crítico

Desde el final de la década pasada surgió, en contrapartida, un movimiento de crítica a estas tesis. Visible para el gran público en momentos como el del plebiscito sobre el ALCA, éste es alimentado permanentemente por coaliciones como Jubileo Sur y la Red Brasilera de Integración de los Pueblos (Rebrip) – que reúnen movimientos sociales y ONGs. En el espacio latinoamericano, estas iniciativas se articulan a través de la Alianza Social Continental. Apoyadas por un trabajo intelectual consistente, ellas han demostrado que la así llamada “vocación agrícola” representará, si fuera asumida, un retroceso de décadas y una amenaza permanente.

En Brasil y en toda América Latina, las exportaciones de productos primarios están concentradas en un reducido número de productores rurales. Altamente capitalizados y mecanizados, ellos generan un número cada vez más insignificante de puestos de trabajo.

Devastan la naturaleza a grandes pasos, habiendo introducido ya, la soja en la Amazonia. Minan la riqueza y la diversidad de la formación vegetal brasilera. Pesan, en política, casi siempre a favor de fuerzas conservadoras.

Aún más graves son las consecuencias pasivas de estos acuerdos de “libre” comercio. Para abrir sus mercados a los productos agrícolas nacionales, los países ricos exigen contrapartidas. Brasil debería reducir también los impuestos de importación, y relajar las leyes, que protegen su producción de bienes industriales y servicios. El gobierno necesitaría abstenerse de dar preferencia, en sus compras, a las empresas brasileras. Las leyes de “propiedad intelectual”, que bloquean el desarrollo tecnológico de las naciones menos adelantadas, deberían ser reforzadas. El Estado y la sociedad deberían crear, para ellos mismos, camisas de fuerza institucionales que les impidiesen imponer límites (sociales y ambientales, entre otros) a la acción de los “inversores” extranjeros.

Bajo la égida de Rosa Luxemburgo

Los días 15 y 16 de octubre, esta tradición crítica sobre el agronegocio y los acuerdos de libre comercio avanzó un paso más. Junto con la Fundación Rosa Luxemburgo, la Alianza Social Continental promovió, en São Paulo, un seminario dedicado al análisis del acuerdo Unión Europea – Mercosur. Además de movimientos sociales, fueron invitados conferencistas como el jefe del Departamentento de Negociaciones Internacionales de Itamaraty, embajador Regis Arslanian, el senador Eduardo Suplicy ( PT – São Paulo) y el licenciado en ciencia política Antonio Carlos Castro. También hablaron conferencistas extranjeros, como Miguel Alberto Sanchez, investigador de la Central de los Trabajadores Argentinos (CTA) y Gonzalo Gonzalvez de la Fundación Solón de Bolivia. La mayor novedad, fue abrir un camino para la alianza en este tema, para movimientos sociales del Mercosur y de Europa.

El actual coordinador de la Alianza Social Continental (ASC), el argentino Gonzalo Berrón explica por qué. Como el comercio con el Mercosur es casi insignificante para la Unión Europea, en términos estadísticos, la tendencia principal, allá, es relegar el asunto a un segundo plano. Algunos sindicatos, ilusionados, llegan a considerar que las negociaciones son positivas, porque ven en ellas una oportunidad para fortalecer a las empresas ( y los empleos) en sus países. No prestan atención al poder de devastación que el acuerdo tendría a mediano plazo, inclusive en sus sociedades. La concesión de derechos especiales a los “inversores” representaría, por ejemplo, una amenaza también a los derechos sociales y a la protección del ambiente en Europa.

Residente en San Pablo desde hace varios años, víctima de burlas inevitables cada vez que un partido de futbol entre Brasil y Argentina coincide con las reuniones de la ASC, Gonzalo concedió a Planeta Porto Alegre, la entrevista que sigue a continuación. En ella, además de analizar el eventual acuerdo Unión Europea – Mercosur, él habló de más detalles sobre las negociaciones en curso en la OMC, el papel del gobierno brasilero, la Alianza Social Continental, sus planes para el próximo Forum Social Mundial de profundizar el debate de alternativas para un comercio que promueva la igualdad.

La Alianza Social Continental acaba de realizar, con apoyo de la Fundación Rosa Luxemburgo, un seminario en el que se formulan posiciones muy críticas en relación a un posible acuerdo de “libre” comercio entre la Unión Europea y Mercosur. ¿Cuál es la importancia de este evento?

Fue muy relevante. La propuesta de acuerdo representa, para los movimientos sociales del Mercosur y de América Latina, un enorme desafío. Necesitamos deshacer los mitos difundidos por los medios, afirmar una posición alternativa, ganar el apoyo de la sociedad. Uno de nuestros grandes problemas es tener, para esta batalla, pocos socios europeos. El sentido común, en Europa, dice que el acuerdo tiene poca importancia, porque los intercambios con el Mercosur representan apenas 3% o 4% del total de su comercio. Hay también sindicatos que apoyan las negociaciones, porque evalúan que van a abrir nuevos mercados para las industrias europeas y sus trabajadores. Hemos sostenido, muchas veces solos, un punto de vista diferente. Creemos que el acuerdo esconde trampas gravísimas. Ellas afectan en un primer momento al Mercosur, pero podrán, en seguida, volverse contra las sociedades europeas. El seminario comenzó a romper el aislamiento: reveló que hay, en Europa, algún tipo de sensibilidad respecto de la cuestión.

¿Cuáles son las principales críticas de los movimientos sociales del Mercosur al acuerdo?

Afortunadamente, hubo desacuerdos entre las dos partes: el acuerdo que estaba siendo negociado no será adoptado, por lo menos por el momento. Éste beneficiaba a un único sector, en Brasil: las mega-empresas del agronegocio. El Mercosur exporta para la Unión Europea items como soja, carne y pollo – pero apenas una cuota de lo que Brasil vende entraría en la Unión Europea con impuesto de importación cero. Lo poco que se conseguiría exportar con esta ventaja ¿a quién beneficiaría? Evidentemente, a las grandes empresas. En contrapartida, los gobiernos del Mercosur estaban dispuestos a ofrecer un conjunto de ventajas a las grandes empresas europeas. Ellas involucrarían por ejemplo, apertura de mercados de servicios y bienes industriales, restricciones a la defensa del productor nacional en las compras gubernamentales, etc. Si se concretan, tales concesiones afectarían a sectores mucho más estratégicos y generadores de valor y empleo que la agricultura.

¿La consecuencia es el desempleo?

Sí. El gobierno pierde, por ejemplo, autonomía para escoger empresas nacionales, en las licitaciones de las plataformas petroleras, o de navíos, hechas por Petrobrás. Pero no hay riesgos sólo para los asalariados. Inclusive en la agricultura, los pequeños productores estarían muy afectados. Es el caso de los productores de leche. Los defensores del acuerdo alegan que los lácteos europeos pagarán durante diez años, tarifas de importación normales, de 27%. Sólo después la alicuota caerá a cero. Es un argumento falso. La agricultura europea está altamente subsidiada. Aún con alicuota de 27%, ella provocaría dumping contra los pequeños productores brasileros.

¿El acuerdo prevé la apertura en otros sectores también?

Sí. Uno de sus dispositivos es “Agricultural Market Access” (NAMA). Establece acceso “libre” de las empresas a los mercados nacionales de productos industrializados y servicios. En los segmentos más sofisticados, tendríamos condiciones de competir con los europeos? Sería como tratar de vender hornos microondas a China. La misma falsa “libertad” afectaría al sector de los servicios – inclusive segmentos competitivos, como ingeniería, bancos y fondos de inversión, agua y saneamiento, transporte marítimo, pesca, etc.

¿Qué está previsto en relación a la propiedad intelectual?

En este acuerdo, lo que llama más la atención son los certificados de origen de destilados, quesos, vinos y fríos. Hay en este punto toda una política de desarrollo de las patentes y de la marca de origen. El queso parmesano sería solamente producido en la región de Parma, en Italia – o se pagarían royalties para tener tal denominación . Lo mismo ocurriría con el whisky, champagne, cientos de otros productos.

Habría una liberalización todavía mayor de los mercados financieros?

Desafortunadamente, sí. En verdad, esto está siendo discutido, a pasos de tortuga, desde 1999. Pero recientemente, volvió a tomar vida, cuando los europeos señalaron que irían a hacer una propuesta generosa en relación a la agricultura. En febrero, prometieron aumentar las cuotas de los productos agrícolas que entran en Europa sin impuestos. Después, volvieron para atrás.

Al cuestionar acuerdos como este, o el ALCA, la Alianza Social Continental se transformó en una de las mayores novedades de los movimientos sociales brasileros, en los últimos años. ¿Cuáles son sus orígenes?

Somos una red de movimientos y organizaciones sociales civiles, que nació en 1997-98. Surgimos en Belo Horizonte, de una coincidencia. Movimientos sociales organizaron un encuentro paralelo al de los ministros del ALCA. Se reunieron sindicatos y otras organizaciones interesadas en actuar juntas contra la propuesta norteamericana. La red fue innovadora al articular movimientos y personas del Sur y del Norte del Planeta, interesados por las mismas causas. Se volvió una referencia de lo que podemos hacer juntos. Hoy, eso parece normal. Antes, no: eran campesinos de un lado, sindicatos de otro, indigenas por otro. No fue fácil unir tantos sectores.

¿Qué papel ha cumplido la Alianza?

Cuando surgimos, nadie sabía, por ejemplo, qué estaba siendo negociado en el ALCA. Fuimos una primera reacción continental a la propuesta norteamericana. Pedimos mayor transparencia: que se publicaran los borradores de las negociaciones. En la medida que pudimos estudiar el sentido real de lo que se proponía, pasamos a hacer la conocida Campaña contra el Alca, las movilizaciones y el monitoreo.

Durante algunos años, la idea de “libre” comercio estuvo de moda. Criticar esa opción significa defender economías autárquicas?

Vivimos, todavía, bajo una globalización por el pensamiento único. Los acuerdos de “libre” comercio que vienen siendo negociados hace años tienen casi el mismo contenido. Resistimos a todos: ALCA, acuerdos entre Unión Europea y distintas partes de América Latina, OMC. Son tratados que, en la práctica, extienden y consolidan el ALCA – con los acuerdos entre los países andinos y Wahington.

Existen estudios sobre los impactos del libre comercio en diferentes países?

La única evaluación más consistente es la que fue hecha sobre el caso de México. Allá, un acuerdo de “libre” comercio está en vigencia desde hace más de 10 años, y es posible evaluar los impactos. Se constata todo lo que preveíamos: depreciación de la economía, problemas para la producción campesina e, inclusive, aumento de la tasa de desempleo de los propios norteamericanos. Los beneficios son casi nulos.

Como usted ve la postura del gobierno brasilero en las negociaciones del ALCA, acuerdo Unión Europea – Mercosur y OMC?

El equipo de Itamaraty cree que Brasil no puede proyectar la imagen de que no hace acuerdos con nadie. Cree que eso podría afectar la evalución del publico sobre el gobierno y el presidente. Además de eso, hay una presión muy fuerte de algunos sectores de la economía, que demandan una respuesta para sus intereses. En algunos momentos, el resultado de estos dos factores ha sido desfavorable. Es lo que sucedió en julio, en las negociaciones de la OMC en Ginebra. El Palacio de Planalto cantó victoria por un resultado que, para nosotros, representa un retroceso.

¿Por qué el acuerdo de Ginebra fue un paso atrás?

Desde la reunión ministerial que se hizo en Cancún, en 2003, la OMC venía sufriendo un proceso de vaciamiento y desgaste. Eso permitió a los movimientos sociales críticos al “libre” comercio ganar tiempo. Es necesario recordar que el eventual “éxito” de la ronda de apertura comercial significaría un retroceso social. En Ginebra, se debate, en esencia, la misma agenda ultra-liberal del ALCA y del acuerdo Unión Europea – Mercosur.

La posición de la diplomacia brasilera, sin embargo, tuvo coraje en Cancún. Permitió la formación del G20 que reunió países clave del Sur y enfrentó las posiciones de las grandes transnacionales y gobiernos que las apoyan. Ginebra, en julio, fue lo opuesto de eso. El acuerdo allí firmado busca dividir a los países del Sur. Hace promesas, reversibles, a los que exportan mercancías agrícolas e aisla a los demás.

Al mismo tiempo, Itamaraty ha mantenido canales permanentes de diálogo con los movimientos sociales. ¿Cómo ustedes ven esto?

Es algo positivo. En las negociaciones del ALCA, fuimos invitados a ser parte de la propia delegación oficial. Aunque obviamente no negociaramos, pudimos oir todas las propuestas hechas, por todas las delegaciones. Eso fue muy significativo. Por ser novedoso, llegó a generar polémica entre nosotros. Un sector de los movimientos se negaba a participar de las negociaciones de un acuerdo al que nos oponemos frontalmente. Al final, optamos por estar presentes, porque las informacioness obtenidas serían muy valiosas. Hicimos un monitoreo permanente de las negociaciones, producimos informaciones y análisis que ayudaron inclusive a nuestros compañeros de otros países de América. Ellos utilizaban el material que divulgabamos para presionar a sus gobernantes. Desafortunadamente, eso no se repitió en las negociaciones con la Unión Europea – tal vez porque la posición del gobierno brasilero se alteró. Ellos ahora tienen interés en un acuerdo.

Hay alternativas al “libre” comercio?

Es algo que esstamos comenzando a discutir. Mi opinión es que debemos estimular acuerdos con la Unión Europea en temas de geopolítica y cooperación. En un segundo momento, despues de alcanzar el éxito en las dos primeras etapas, podríamos examinar la posibilidad de un acuerdo comercial – en términos diferentes a los actuales. No estamos contra las transacciones comerciales. Queremos acuerdos con el objetivo de alcanzar el bien estar y estimular el desarrollo autónomo. No estamos a favor de un acuerdo que va a acabar con nuestra industria, nuestros servicios, nuestras posibilidades de construir un país mejor.

¿Cuáles son los próximos pasos?

Hicimos reuniones en el Foro Social Europeo, cuyos resumenes escritos todavía están siendo finalizados. A partir de ellos, puede surgir una declaración conjunta sobre comercio, uniendo movimientos sociales latinoamericanos y europeos. Nuevos pasos surgirán durante el Foro Social Mundial de 2005. En este tema, estamos mejor organizados que los europeos, en términos de movimientos sociales.

Traducción: Maité Llanos

Publicado em www.planetaportoalegre.net: 11/11/2004

 

Boletim FSM

11 de novembro de 2004

 

Inscrições de atividades prorrogadas
As inscrições de atividades para a quinta edição do FSM foram prorrogadas até o dia 25 de novembro (18 horas do horário de Brasília). Quem ainda não fez sua inscrição de atividade, portanto, pode incluir uma nova proposta até essa data. Todas as organizações, as que já inscreveram atividades ou não, também podem modificar, combinar ou excluir as propostas até o dia 25 de novembro, de acordo com a nova metodologia do evento, que visa facilitar o diálogo e as aglutinações entre as entidades participantes. O link de inscrições é http://www.inscricoesfsm.org.br/.

Mas, atenção: após esse prazo, o sistema não permitirá modificações, ou seja, as organizações devem inscrever a sua proposta final de atividade até o próximo dia 25. O período de inscrições não se estenderá novamente!

Inscrições de atividades culturais e artísticas também foram prorrogadas para o dia 25 de novembro e devem ser feitas por meio de um formulário diferenciado. Para inscrever atividades culturais, antes os participantes devem se inscrever como organização ou indivíduo.

Até o dia 11 deste mês, 1.833 eventos já haviam sido inscritos por 2.731 organizações de 102 países. Conheça também como a sua organização pode participar do processo de aglutinações de atividades e da criação de novas alianças (mais)


Dignidade, em qualquer lugar
Via Campesina, seis organizações brasileiras, cinco asiáticas e duas européias vão debater a luta contra todas as discriminações: por gênero, castas ou religião, contra índios e negros (mais)

Respeito e religião
Grupos afro-brasileiros articulam-se para debater a tolerância religiosa – e trazem discussão que já passou pelo Fórum Social Baiano (mais)

Renda, direito humano
Organizações levam ao Fórum Social Mundial o debate sobre como garantir a qualquer cidadão as condições mínimas de vida. Discussão terá o senador Eduardo Suplicy e Jean Ziegler (mais)

Aberta inscrição de estandes

As organizações interessadas em dispor de espaço físico para estandes institucionais, pontos de encontro da organização e tendas de campanhas durante o FSM 2005 deverão preencher a ficha abaixo e encaminhá-la para o e-mail: estandes@fsm2005.softwarelivre.org até o dia 30 de novembro de 2004 (mais) 

Balanços do IV Fórum Social Europeu
A quarta edição do Fórum Social Europeu foi realizada nos dias 15 a 17 de outubro deste ano, em Londres, Reino Unido. Veja os primeiros balanços do evento (mais)

Novo site do Fórum Social Pan-amazônico
Foi lançado um novo site para a quarta edição do Fórum Social Pan-Amazônico: http://www.ivforumpan.com.br/. A nova página contém informações básicas sobre os preparativos do evento, que ocorrerá em Manaus (Brasil) , entre os dias 18 e 22 de janeiro de 2005.
Os organizadores do FSPA esperam cerca de 10 mil pessoas para o evento, que terá o lema: “Outra Amazônia é possível”. O tema central será “Diversidade, Soberania e Paz”, escolhido pelo Conselho Internacional do FSPA, reunido nos dias 23 e 24 de julho passado, na cidade de Quito, no Equador. (mais)

V Assembléia do Fórum Social Mediterrâneo será na França
A próxima Assembléia do Fórum Social Mediterrâneo será realizada em Marselha, na França, nos dias 14 a 16 de janeiro de 2005.  Os interessados em participar do encontro deverão enviar um formulário (disponível para download no site http://www.fsmed.info/news-es.htm) para o e-mail: serge.roche@9online.fr. A última Assembléia ocorreu em Málaga, na Espanha, entre os dias 24 e 26 de setembro. O FSMed está previsto para ocorrer em Barcelona, Espanha, de 16 a 19 de junho de 2005. Mais informações, acesse o site http://www.fsmed.info/. (mais)

Agenda dos Fóruns Sociais pelo Mundo
Fóruns locais previstos para os próximos meses:
Novembro:
- Dias 5 e 6: Fórum Social Maranhense, em São Luis, Maranhão
- Dias 11 e 12: Fórum Social Alagoas, em Maceió, Alagoas
- Dias 19 a 21: Fórum Social Chileno, em Santiago, no Chile
- Dias 24 a 27: Fórum Social Nordestino, em Recife, Pernambuco
- Dias 26 e 27: Fórum Social Rio de Janeiro, em São Gonçalo, Rio de Janeiro
- Dia 28: Fórum Social da Zona Noroeste – Santos, São Paulo
Dezembro:
- Dias 3 a 6: Fórum Social da Província de Málaga, em Málaga, na Espanha
- Dias 5 a 8: Fórum Mundial sobre a Reforma Agrária, em Valência, Espanha
- Dias 10 a 14: Fórum Social Africano, em Lusaka, Zâmbia
- Dias 16 a 19: III Fórum Social Potiguar, em Mossoró, Rio Grande do Norte
- Data a definir: II Fórum Social Colômbia
Clique aqui para ver o calendário completo.

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FARC-EP: COMUNICATO PUBBLICO, novembre 2004


1. La demagogia elettorale del Presidente è temeraria ed
irresponsabile, perché gioca con i sentimenti dei familiari e con le
aspettative del Paese circa la riuscita dello scambio, nella misura
in cui prima propone la liberazione di 50 guerriglieri per poi
scendere a 15, mentre adesso finisce per offrire sedi diplomatiche di
altri governi che inizialmente aveva invitato ad inserirci in liste
di terroristi e che ora pretende di usare in favore della sua
campagna rielezionista, il tutto mantenendo l'ordine di liberare a
ferro e fuoco i prigionieri.

2. L'offerta di liberare unilateralmente 50 guerriglieri non ha
niente a che vedere con l'interscambio, né un accordo di scambio
ammette miscele con il programma di reinserimento del Governo che
pretende di negare al popolo colombiano il sacrosanto diritto alla
ribellione, la quale implica armi, combattimenti e finanze, senza cui
non sarebbe possibile la sollevazione rivoluzionaria contro lo Stato.

3. Alcuni mesi fa il governatore del dipartimento del Valle Angelino
Garzón, interessato a contribuire alla concretizzazione di un
interscambio umanitario, si era messo in contatto col Comandante
Pablo Catatumbo. Di ciò informò opportunamente il Presidente Uribe,
dal quale ricevette l'approvazione ed indicazioni per portare avanti
il proprio tentativo.
Dopo esser entrato nel merito della questione, il governatore è stato
sostituito in questa missione, senza che gli venisse quanto meno
notificato direttamente, per ordine del Presidente, il quale ha anche
ordinato al comandante della III Brigata dell'Esercito di avviare
delle operazioni militari contro il Comandante Pablo Catatumbo, che
si stanno ampliando a quasi tre mesi dal loro inizio.

4. In virtù di quanto detto, reiteriamo che i nostri portavoce sono
pronti a dialogare nei termini del comunicato dello scorso 14
settembre e della lettera che abbiamo recentemente inviato agli ex
presidenti Alfonso López ed Ernesto Samper.

5. Ringraziamo per l'appoggio solidale offerto dai governi amici
della Colombia, dalla Chiesa, ecc., disposti a contribuire con
soluzioni politiche al conflitto interno della nostra Patria.
Invitiamo tutti loro, i familiari ed amici dei prigionieri di guerra
e tutto il  popolo colombiano a perseverare in questo sforzo per la
concretizzazione dello scambio.

Segretariato dello Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP

Montagne della Colombia, novembre del 2004