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al via la sesta edizione del 

Premio Pietro Conti 2004-2005 

di letteratura, memorialistica, studi e ricerche 

sulle migrazioni 

A Montecchio (Terni), tra giugno e luglio prossimi, si volgerà il primo CORSO di formazione della FILEF per la promozione di produzioni tipiche umbre destinato a giovani italiani emigrati. 
 

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EMIGRAZIONE NOTIZIE in PDF

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 E. N. : ANNI PRECEDENTI

 

 
 
Giuliana Sgrena Nicola Calipari

VAI ALLO SPECIALE

Guerra&Pace/Iraq

Fallujah: finalmente la verità
La verità che forse anche Giuliana Sgrena avrebbe voluto raccontare… Questa è la storia di come gli Stati Uniti hanno assassinato una città. Di Dott. Salam Ismael
(
http://freebooter.da.ru/)

ADDIO A 

PHILIP LAMANTIA

nato a San Francisco, figlio di siciliani: tra i grandi della beat generation, assieme a GREGORY CORSO E LAWRENCE FERLINGHETTI

così li ricorda Allen Ginsberg: una testimonianza dell'America migliore datata 1967 ed ancora, terribilmente attuale

Carlo Levi a 30 anni dalla morte

Conclusa a La Louviere la mostra di opere di Carlo Levi a trenta anni dalla morte, realizzata dal Comitato Carlo Levi e dalla FILEF del Belgio

Reg. Trib. Roma n.357 (4/11/82) - Direttore responsabile:  Stelvio Antonini
 
MIGRANTI - PeaceLink

 

 

 

Non voglio dimostrare niente, voglio 
mostrare. Federico Fellini

Punti di debolezza a sinistra

di Rodolfo Ricci 

 

Una certa ideologia (di sinistra) ci aveva abituato a interpretare il capitalismo come un sistema unico e indifferenziato; in ritardo abbiamo capito che invece ne esistono diversi tipi, peggiori o migliori; non più quindi un unico modello di capitalismo, ma differenti modelli storicamente determinati; quello giapponese, ad esempio, è diverso da quello americano, e quello cinese (sì, cinese !) da quello europeo; all’interno dell’Europa occidentale è possibile individuare analogie e contrasti tra quello continentale e quello isolano anglosassone, non solo per l’attenzione prestata al welfare, ma anche per le modalità di strutturazione della partecipazione.

La capacità di cogliere le differenze, cioè la cultura delle differenze, è uno dei migliori antidoti all’ideologia, quella che causò danni enormi nel corso del secolo breve. La cultura delle differenze costituisce la novità fondativa del sapere contemporaneo, un sapere che si sforza di essere scientifico. Sarebbe utile approfondire il rapporto che corre tra cultura delle differenze e il cosiddetto relativismo, sul piano logico-filosofico e sul piano storico: intanto possiamo dire che il relativismo attiene alla sfera del giudizio, mentre le differenze sono un dato oggettivo.

Come oggi siamo coscienti che esistono diversi tipi di capitalismo, dovremmo aver presente che esistono diversi tipi (modelli) di democrazia. Si ricorderà che gli inventori della democrazia, i greci classici, consideravano normale una democrazia divisa, cioè che valeva solo per alcuni e non per altri: gli schiavi e i non greci ne erano esclusi.

Nel corso della sua storia, il concetto di democrazia è stato di volta in volta articolato in modi differenti e contrastanti, se non alternativi: democrazia parlamentare, democrazia popolare, democrazia assembleare, referendaria, ecc., ecc.; e poi monopartitismo, pluripartitismo, presidenziale o semipresidenziale, populismo, fino al bonapartismo di ritorno, ecc., ecc.

La coperta è stata stiracchiata in molte direzioni.

Oggi noi quando parliamo di democrazia facciamo riferimento ad un particolare sistema democratico, caratterizzato da pluripartitismo e da livelli di partecipazione alla costruzione della rappresentanza assicurati dalla libera ed universale espressione del voto; e pensiamo anche ad una divisione interna dei poteri (legislativo, politico, giudiziario) che ne costituisce l’architettura e ne garantisce la tenuta.

Ma, ad esempio, i livelli di partecipazione popolare e le connesse modalità di costruzione del consenso, il rapporto tra società civile e partiti, non sono variabili unanimemente codificate: per esempio, il cosiddetto bilancio partecipativo diffusosi da Porto Alegre in poi, ne sperimenta occasioni nuove e interessanti che tentano di risolvere alcune distorsioni possibili insite nel principio della delega.

Inoltre i candidati a rappresentare la volontà popolare, possono usufruire nel loro tentativo di venire eletti, di strumenti e di risorse differenti, e non partono certo, quasi mai, alla pari…. Allo stesso tempo, gli strumenti di propaganda, pubblicità, l’accesso alle fonti di informazione -oggi così importanti-, sono variabili non del tutto formalizzate in un sistema universalmente condiviso di regole, ed ogni paese, ed ogni tempo, si costruisce e definisce le proprie, come insegnano le successive norme relative a par condicio, ecc..

E ancora un po’ più a monte, la costruzione del consenso (o di una specifica egemonia culturale) segue rotte sempre più influenzate da posizioni di potere nei centri di produzione culturale, quali le università, i media, ecc.

Significa che esiste l’involucro formale, il nome, ma esso si sostanzia continuamente e in modi e con tempi diversi da paese a paese: la democrazia è cioè in divenire; è più che altro un continuo anelito, un’ambizione ed un auspicio asintotale e fa parte della storia, che, contrariamente a quanto pensava Fukoyama, non è ancora finita.

Siccome abbiamo usato più sopra il termine “sapere scientifico”, si deve ricordare che gran parte degli epistemologi degli ultimi 50 anni, hanno sostenuto il carattere falsificabile, ma soprattutto storico e addirittura “sociale” delle procedure e delle scoperte scientifiche. Anche la scienza, quel metodo o processo di conoscenza che costituisce il nostro più forte riferimento, è influenzata da fattori a prima vista esterni ad essa. (In realtà questi epistemologi pensano che tali fattori siano essenziali al suo dispiegarsi).

Se nel campo delle scienze “esatte” si sono raggiunti questi livelli di consapevolezza o autocoscienza – tuttavia fondamentali per il progresso scientifico e tecnologico attuale- come si fa a disconoscerne  il valore nell’ambito delle scienze “sociali” ?

E la politica, nella sua teoria e nella sua prassi, deve considerarsi indenne da tali sviluppi e riflessioni ?

Siamo in molti a pensare, nella sinistra ed oltre, che democrazia da una parte e giustizia e progresso sociale dall’altra, dovrebbero andare insieme, anche se nessuno può garantire, storicamente parlando, che questa sia una condizione sufficiente a garantire l’una o l’altra:

- abbiamo esempi di democrazia che assicurano un adeguato sistema di welfare,

- abbiamo esempi di totalitarismo che assicurano il pane e un certo livello di welfare,

- ed abbiamo esempi di totalitarismo, come di democrazia, che non assicurano né pane, né welfare.

E, su un piano sperimentale, il problema sta proprio qui: non abbiamo ancora una conferma esaustiva, sul campo, che questa equazione funzioni sempre; anzi, funziona raramente.

Però ne assicura la reciproca possibilità, che non è poca cosa.

Dunque, molto spesso, il problema viene mal posto; non dovremmo rischiare di estrapolare il concetto di democrazia (quale ?) fuori dai contesti concreti, né allo stesso tempo, dovremmo farlo con il concetto di giustizia sociale.

Democrazia e giustizia sociale sono obiettivi distinti ma entrambi allo stesso tempo auspicabili, perché soddisfano due esigenze fondamentali dell’essere umano. Non ci soddisfano da sole, ma ci soddisfa solo la loro unità, la loro con-presenza. Per questo ci battiamo.

E potremmo aggiungere che ci pare indispensabile che democrazia e giustizia siano riferiti non solo all’IO, ma anche agli altri, a tutti. Non si tratta quindi di questioni attinenti alla sfera individuale, ma piuttosto a quella collettiva, sociale.

Come dire, libertè, egualitè, fraternitè.

Qui si apre un altro nodo cruciale: per far sì che tali obiettivi siano praticabili, abbiamo bisogno di una condizione: questa condizione è l’esserci, non tanto “heideggeriano”, quanto piuttosto “plankiano”. L’essere in vita, fisiologicamente vivi, non a rischio di crepare di fame, è la condizione indispensabile perché le parole di cui sopra abbiano un senso.

Chiedendo di nuovo ausilio alla scienza e ai suoi concetti, potremmo dire, che l’esserci è il quantum (nel senso della fisica quantistica) necessario affinché quelle tre cose del 1789 possano accadere: è cioè il contesto e allo stesso tempo la soglia, che non può essere ignorata, pena il non senso, l’esercitazione verbale, il nominalismo, la retorica, l’ideologia.

Siccome ogni giorno muoiono di fame oltre 30.000 bambini nel mondo, ed altre decine di migliaia di persone per fame, aids, malaria, guerre, ecc., ecc., (che a fine anno fanno centinaia di milioni) non possiamo ignorare che proprio questa è la soglia che rende valido o non valido ogni ragionamento relativo a tali questioni, poiché per coloro che muoiono per fame e per quelli che li seguiranno in questo destino, non c’è tempo per porre la questione della democrazia (e ad essere rigorosi, neanche quello dell’uguaglianza e della fraternità).

Ma anche per color che sopravvivono con 1 dollaro al giorno (il miliardo di persone più povere) o con 2 dollari al giorno (altri due miliardi), rimane difficile un coinvolgimento appassionato su questo tipo di riflessioni…

Allora, dovremmo prioritariamente e velocemente concentrare la nostra attenzione sull’abolizione di tutti quegli ostacoli che rendono impraticabile la sopravvivenza dignitosa di milioni di persone

(se non altro per poter discutere senza false coscienze). Si tratta di mancanza di democrazia ? di mancanza di giustizia sociale ? di mancanza di solidarietà ?

Di tutto un pò; e non solo all’interno dei loro paesi, ma anche e soprattutto a livello globale: cioè di democrazia, giustizia sociale, solidarietà tra stati, paesi, popoli.

Per coloro che “sussistono” (che non muoiono di fame) c’è un’altra soglia da prendere in considerazione: si tratta di una soglia spirituale, o più laicamente, culturale. Quale sorte hanno le coscienze, il libero costruirsi del pensiero, della ragione individuale oggi ? Quali difficoltà si frappongono alla libertà di pensiero, di critica, ecc., cioè delle condizioni stesse della libera partecipazione, cioè della democrazia ?

Quali sono i poteri che si frappongono ad un reale libero sviluppo delle opinioni individuali, ancor prima dei quelle collettive, anche nei paesi democratici occidentali ricchi ed opulenti ?

Anche qui c’è un campo sterminato di indagine, che non è risolto, come si vede, dall’alternativa categorica democrazia-totalitarismo, almeno nelle sue accezioni tradizionali, poiché in questo caso, il livello dello sviluppo tecnologico al servizio del potere/dei poteri (media, mercati culturali, università, ricerca, ecc.) costituisce la nuova soglia quantistica che cambia costitutivamente le regole del gioco democratico. Le nostre democrazie mature sono tutte dentro questo dilemma.

Ignorare questo dato, significa continuare a muoversi con motori euclidei su strade non euclidee rischiando di non fare molta strada.

Torna, insistente, questa necessità –registrabile nelle affermazioni di Piero Fassino- di evitare apprensioni o turbative dall’altra parte dell’atlantico. Ma ragionando di democrazia, quale peso debbono avere, nelle nostre considerazioni, i 300 milioni di americani statunitensi e invece i 600 milioni di latino americani ?  E i 600 milioni di africani e il miliardo di indiani e il miliardo e trecento milioni di cinesi ? Le apprensioni o turbative che stimoliamo quotidianamente verso le immense periferie del mondo sono secondarie ?

E che titolo hanno i primi (o meglio il loro governo) di esportare democrazia, mentre sostengono come non contrattabili i loro livelli di benessere finanziati dal resto del mondo, non limitabile il loro contributo all’inquinamento globale del pianeta, insindacabili i loro interessi strategici, impunibile l’operato dei militari delle loro truppe di occupazione o dei loro agenti segreti, ecc. ecc.

Non sembra questo un approccio particolarmente democratico. Si tratta piuttosto di affermazione di arroganza globale nella direzione del “nuovo secolo americano”. O no ?

E quelle elezioni irakene partecipate da sei milioni di persone (un terzo) in un paese militarmente occupato, senza osservatori internazionali, ecc. ecc., che valore hanno ?

Non sarebbe invece nostro compito prioritario aiutare a far comprendere –con adeguata insistenza-agli americani degli U.S.A. che noi, occidentali come loro, la vediamo molto diversamente ?

La tentazione di prendere delle scorciatoie improbabili (basta col pensiero debole e con il relativismo culturale) che accomuna molta destra e parte della sinistra, se è comprensibile per la prima (fa parte della sua strategia culturale), lo è meno, anzi per niente, per la seconda…

E’ interessante studiare la genesi e la dinamica tra pensieri forti e deboli e il loro rapporto con i poteri costituiti o costituendi (che una volta si studiava sotto la forma di relazione tra struttura e sovrastruttura): di solito, un potere non ancora del tutto dispiegatosi, sostiene il pensiero debole contro un potere forte o che si ritiene tale, mirando al suo “sfondamento”, cioè a destrutturarne il fondamento, le sue basi interpretative.

Poi, quando quel potere vince, ricaccia il pensiero debole tra i rifiuti e cerca di ristrutturare un pensiero forte a sua immagine e somiglianza.

Oggi accade che un pensiero debole per sua stessa ammissione, nato dal relativismo, dalla laicità, dalla tolleranza e da un diffuso permissivismo (che sono stati i grandi valori del dopoguerra –soprattutto americani ed occidentali- giocati contro il pensiero “forte” del socialismo reale), debba richiamarsi ai fondamenti più beceri per autoriprodursi e giustificare il proprio dominio.

E tuttavia, la natura menzognera di questo potere e del suo tentativo di rifondare un pensiero forte ed assoluto, non è sfuggita, in occasione della guerra in Iraq, a gran parte dell’opinione pubblica mondiale e nazionale; (a proposito di quadro nazionale: se facciamo aperture di credito a Bush, cosa andiamo a sindacare su Berlusconi?)

Se c’è una grande occasione in questo divenire globalizzato, essa è costituita proprio dall’emergere sempre più evidente delle contraddizioni di ogni tipo; contrad-dizioni, dif-ferenze, con-flitti, re-lazioni, re-latività, in-coerenze, com-plessità.

Rispetto a questa straordinaria apertura, certamente difficile da comprendere e ancora di più da gestire, che senso ha tornare sui nostri passi ? Cioè verso relazioni categoriche già superate dagli eventi oltre che dalla teoria ? 

La sfida vera è invece proprio quella lanciataci dalla complessità, che mai potrà essere risolta da una scorciatoia, da una reductio ad unum, poiché si tratterebbe appunto di una riduzione, cioè di una costrizione, cioè di una operazione di potenza, cioè di una nuova forma di totalitarismo.

Invece la democrazia si nutre di diversità.

 

Rodolfo Ricci

(Roma, 22.03.2005)

 

 
 

 

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LA FIEI AL QUINTO FORUM SOCIALE MONDIALE DI PORTO ALEGRE

Il V Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre ha visto la partecipazione di oltre 100.000 partecipanti provenienti da ogni paese del mondo. Preponderante la partecipazione dal Brasile, dall’Uruguay, dall’Argentina e dagli altri paesi dell’America Latina e al suo interno, l’impressionante numero di oriundi italiani presenti al forum, un dato che si ripete fin dalla prima edizione e che costituisce un elemento di riflessione molto importante per noi italiani impegnati sul versante emigrazione ed immigrazione: si può cioè affermare senza ombra di dubbio, che la cultura politica e civile trasmessa dalle generazioni di migranti in America Latina ha permeato e continua ad influire positivamente sull’evoluzione dei principali paesi di questo continente e ciò costituisce un elemento da tener ben presente nella valutazione italiana sul loro futuro e su come l’azione delle nostre forze sociali e politiche di progresso deve ad essi rapportarsi, anche nella prospettiva del voto all’estero.

Altro dato importante la preminente partecipazione dei giovani al forum: soltanto nell’”acampamento”, il grande campeggio sulle rive del fiume Guaìba, erano presenti oltre 30.000 giovani.

La partecipazione italiana, molto al di sotto delle precedenti edizioni, si è situata sui 400 partecipanti registrati (solo al 12° posto tra le delegazioni nazionali). La delegazione della CGIL e delle strutture associative ad essa legate era di circa 50 persone. Molte le iniziative realizzate: 600 incontri/dibattiti/seminari realizzati ogni giorno, per un totale di oltre 3.500 occasioni di discussione e partecipazione. 

Le iniziative realizzate dalle strutture della CGIL, dello SPI, dell’INCA, hanno visto la partecipazione di diverse centinaia di persone.

Tra le più riuscite, l’iniziativa della FIEI, della FILEF e dell’Istituto Fernando Santi, svoltasi domenica 30 gennaio, con circa 100 partecipanti provenienti da Italia, Spagna, Francia, Svizzera, Germania, USA, Brasile, Argentina, Uruguay, Venezuela, Cile, Equador, sul tema “Globalizzazione, Guerra, Migrazioni - Organizzazione e lotte per i diritti dei migranti nel mondo”, in rappresentanza di organizzazioni come: FIEI, FILEF, F.Santi, CGIL, PROSVIL, INCA-CGIL, PIT-CNT Uruguay, LHD-France,  Associacion Migrantes - Equador, Attac-France, Acli Veneto, Scuola Italiana di Belo Horizonte, CAAELII-USA, Circolo Berlinguer - Buenos Aires, Selvas. ORG, TerreMadri.it, NOI DONNE, AIAPAS-DED Brasil, ECAP-Zurigo, Comitee pro Amnistia ˆSeattle USA, UNHCR Brasil, Lombardi nel Mondo, Commissione Pastorale della Terra-Brasil, Coordinamento gruppi di giustizia sociale, Rayos de sol, ACMOS-Mais, Pontificia Università Cattolica S.P., FAPA-POA RS.

Al seminario, presieduto da Rino Giuliani e Rodolfo Ricci, sono intervenuti tra gli altri, Alejandro Francomano, Guglielmo Bozzolini, Lorenzo Murgia, Nino Galante, Italo Stellon, Marco Venturini, Andrea Amaro, Miguel Eredia, Gabriel Puricelli, Andrea Lanzi, Eduardo Lobo, Daniele Marconcini, Jorge Quiroga, Dale Asis.

Molto ampio e ricco il dibattito che ha consentito di conoscere la situazione dei cittadini migranti nei diversi paesi e in particolare:

a)- la tendenza restrittiva di molte legislazioni nazionali, i rischi di xenofobia e razzismo,

b)- le indispensabili misure di accoglienza e di integrazione rispettosa delle identità culturali a cui debbono rispondere i paesi di immigrazione in un contesto caratterizzato dalla strutturalità dei fenomeni migratori attuali,

c)- la necessità della costruzione di reti internazionali di organizzazioni che si battono per i diritti dei migranti, di cui FIEI si farà tra gli altri, promotrice nei prossimi mesi,

d)- l’inserimento dei migranti quale parte attiva e protagonista dei programmi di cooperazione internazionale tra paesi del nord e del sud del mondo.

La Fiei produrrà una documentazione del seminario di Porto Alegre, che introduce elementi di conoscenza e di prospettiva particolarmente innovativi e importanti anche per la considerazione delle questione legate alla presenza dei 4 milioni di italiani all’estero e delle decine di milioni di oriundi.

In “Documentazione” presentiamo una sintesi della relazione introduttiva al dibattito del seminario, svolta da Rodolfo Ricci, segretario generale della FIEI. 

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