Punti di debolezza a sinistra
di Rodolfo Ricci
Una certa ideologia (di sinistra) ci aveva abituato a interpretare il
capitalismo come un sistema unico e indifferenziato; in ritardo abbiamo capito che invece ne esistono diversi tipi, peggiori o migliori; non più quindi
un unico modello di capitalismo, ma differenti modelli storicamente determinati; quello giapponese, ad esempio, è diverso da quello americano, e quello
cinese (sì, cinese !) da quello europeo; all’interno dell’Europa occidentale è possibile individuare analogie e contrasti tra quello continentale
e quello isolano anglosassone, non solo per l’attenzione prestata al welfare, ma anche per le modalità di strutturazione della partecipazione.
La capacità di cogliere le differenze, cioè la cultura delle differenze,
è uno dei migliori antidoti all’ideologia, quella che causò danni enormi nel corso del secolo breve. La cultura delle differenze costituisce la
novità fondativa del sapere contemporaneo, un sapere che si sforza di essere scientifico. Sarebbe utile approfondire il rapporto che corre tra cultura
delle differenze e il cosiddetto relativismo, sul piano logico-filosofico e sul piano storico: intanto possiamo dire che il relativismo attiene alla
sfera del giudizio, mentre le differenze sono un dato oggettivo.
Come oggi siamo coscienti che esistono diversi tipi di capitalismo,
dovremmo aver presente che esistono diversi tipi (modelli) di democrazia. Si ricorderà che gli inventori della democrazia, i greci classici,
consideravano normale una democrazia divisa, cioè che valeva solo per alcuni e non per altri: gli schiavi e i non greci ne erano esclusi.
Nel corso della sua storia, il concetto di democrazia è stato di volta in
volta articolato in modi differenti e contrastanti, se non alternativi: democrazia parlamentare, democrazia popolare, democrazia assembleare,
referendaria, ecc., ecc.; e poi monopartitismo, pluripartitismo, presidenziale o semipresidenziale, populismo, fino al bonapartismo di ritorno, ecc.,
ecc.
La coperta è stata stiracchiata in molte direzioni.
Oggi noi quando parliamo di democrazia facciamo riferimento ad un
particolare sistema democratico, caratterizzato da pluripartitismo e da livelli di partecipazione alla costruzione della rappresentanza assicurati dalla
libera ed universale espressione del voto; e pensiamo anche ad una divisione interna dei poteri (legislativo, politico, giudiziario) che ne costituisce
l’architettura e ne garantisce la tenuta.
Ma, ad esempio, i livelli di partecipazione popolare e le connesse modalità
di costruzione del consenso, il rapporto tra società civile e partiti, non sono variabili unanimemente codificate: per esempio, il cosiddetto bilancio
partecipativo diffusosi da Porto Alegre in poi, ne sperimenta occasioni nuove e interessanti che tentano di risolvere alcune distorsioni possibili
insite nel principio della delega.
Inoltre i candidati a rappresentare la volontà popolare, possono usufruire
nel loro tentativo di venire eletti, di strumenti e di risorse differenti, e non partono certo, quasi mai, alla pari…. Allo stesso tempo, gli
strumenti di propaganda, pubblicità, l’accesso alle fonti di informazione -oggi così importanti-, sono variabili non del tutto formalizzate in un
sistema universalmente condiviso di regole, ed ogni paese, ed ogni tempo, si costruisce e definisce le proprie, come insegnano le successive norme
relative a par condicio, ecc..
E ancora un po’ più a monte, la costruzione del consenso (o di una
specifica egemonia culturale) segue rotte sempre più influenzate da posizioni di potere nei centri di produzione culturale, quali le università, i
media, ecc.
Significa che esiste l’involucro formale, il nome, ma esso si sostanzia
continuamente e in modi e con tempi diversi da paese a paese: la democrazia è cioè in divenire; è più che altro un continuo anelito, un’ambizione
ed un auspicio asintotale e fa parte della storia, che, contrariamente a quanto pensava Fukoyama, non è ancora finita.
Siccome abbiamo usato più sopra il termine “sapere scientifico”, si
deve ricordare che gran parte degli epistemologi degli ultimi 50 anni, hanno sostenuto il carattere falsificabile, ma soprattutto storico e addirittura
“sociale” delle procedure e delle scoperte scientifiche. Anche la scienza, quel metodo o processo di conoscenza che costituisce il nostro più forte
riferimento, è influenzata da fattori a prima vista esterni ad essa. (In realtà questi epistemologi pensano che tali fattori siano essenziali al suo
dispiegarsi).
Se nel campo delle scienze “esatte” si sono raggiunti questi livelli di
consapevolezza o autocoscienza – tuttavia fondamentali per il progresso scientifico e tecnologico attuale- come si fa a disconoscerne
il valore nell’ambito delle scienze “sociali” ?
E la politica, nella sua teoria e nella sua prassi, deve considerarsi
indenne da tali sviluppi e riflessioni ?
Siamo in molti a pensare, nella sinistra ed oltre, che democrazia da una
parte e giustizia e progresso sociale dall’altra, dovrebbero andare insieme, anche se nessuno può garantire, storicamente parlando, che questa sia
una condizione sufficiente a garantire l’una o l’altra:
- abbiamo esempi di democrazia che assicurano un adeguato sistema di
welfare,
- abbiamo esempi di totalitarismo che assicurano il pane e un certo livello
di welfare,
- ed abbiamo esempi di totalitarismo, come di democrazia, che non
assicurano né pane, né welfare.
E, su un piano sperimentale, il problema sta proprio qui: non abbiamo
ancora una conferma esaustiva, sul campo, che questa equazione funzioni sempre; anzi, funziona raramente.
Però ne assicura la reciproca possibilità, che non è poca cosa.
Dunque, molto spesso, il problema viene mal posto; non dovremmo rischiare
di estrapolare il concetto di democrazia (quale ?) fuori dai contesti concreti, né allo stesso tempo, dovremmo farlo con il concetto di giustizia
sociale.
Democrazia e giustizia sociale sono obiettivi distinti ma entrambi allo
stesso tempo auspicabili, perché soddisfano due esigenze fondamentali dell’essere umano. Non ci soddisfano da sole, ma ci soddisfa solo la loro unità,
la loro con-presenza. Per questo ci battiamo.
E potremmo aggiungere che ci pare indispensabile che democrazia e giustizia
siano riferiti non solo all’IO, ma anche agli altri, a tutti. Non si tratta quindi di questioni attinenti alla sfera individuale, ma piuttosto a
quella collettiva, sociale.
Come dire, libertè, egualitè, fraternitè.
Qui si apre un altro nodo cruciale: per far sì che tali obiettivi siano
praticabili, abbiamo bisogno di una condizione: questa condizione è l’esserci, non tanto “heideggeriano”, quanto piuttosto “plankiano”.
L’essere in vita, fisiologicamente vivi, non a rischio di crepare di fame, è la condizione indispensabile perché le parole di cui sopra abbiano un
senso.
Chiedendo di nuovo ausilio alla scienza e ai suoi concetti, potremmo dire,
che l’esserci è il quantum (nel senso della fisica quantistica) necessario affinché quelle tre cose del 1789 possano accadere: è cioè il
contesto e allo stesso tempo la soglia, che non può essere ignorata, pena il non senso, l’esercitazione verbale, il nominalismo, la retorica,
l’ideologia.
Siccome ogni giorno muoiono di fame oltre 30.000 bambini nel mondo,
ed altre decine di migliaia di persone per fame, aids, malaria, guerre, ecc., ecc., (che a fine anno fanno centinaia di milioni) non possiamo ignorare
che proprio questa è la soglia che rende valido o non valido ogni ragionamento relativo a tali questioni, poiché per coloro che muoiono per fame e per
quelli che li seguiranno in questo destino, non c’è tempo per porre la questione della democrazia (e ad essere rigorosi, neanche quello
dell’uguaglianza e della fraternità).
Ma anche per color che sopravvivono con 1 dollaro al giorno (il miliardo di
persone più povere) o con 2 dollari al giorno (altri due miliardi), rimane difficile un coinvolgimento appassionato su questo tipo di riflessioni…
Allora, dovremmo prioritariamente e velocemente concentrare la nostra
attenzione sull’abolizione di tutti quegli ostacoli che rendono impraticabile la sopravvivenza dignitosa di milioni di persone
(se non altro per poter discutere senza false coscienze). Si tratta di
mancanza di democrazia ? di mancanza di giustizia sociale ? di mancanza di solidarietà ?
Di tutto un pò; e non solo all’interno dei loro paesi, ma anche e
soprattutto a livello globale: cioè di democrazia, giustizia sociale, solidarietà tra stati, paesi, popoli.
Per coloro che “sussistono” (che non muoiono di fame) c’è un’altra
soglia da prendere in considerazione: si tratta di una soglia spirituale, o più laicamente, culturale. Quale sorte hanno le coscienze, il libero
costruirsi del pensiero, della ragione individuale oggi ? Quali difficoltà si frappongono alla libertà di pensiero, di critica, ecc., cioè delle
condizioni stesse della libera partecipazione, cioè della democrazia ?
Quali sono i poteri che si frappongono ad un reale libero sviluppo delle
opinioni individuali, ancor prima dei quelle collettive, anche nei paesi democratici occidentali ricchi ed opulenti ?
Anche qui c’è un campo sterminato di indagine, che non è risolto, come
si vede, dall’alternativa categorica democrazia-totalitarismo, almeno nelle sue accezioni tradizionali, poiché in questo caso, il livello dello
sviluppo tecnologico al servizio del potere/dei poteri (media, mercati culturali, università, ricerca, ecc.) costituisce la nuova soglia quantistica
che cambia costitutivamente le regole del gioco democratico. Le nostre democrazie mature sono tutte dentro questo dilemma.
Ignorare questo dato, significa continuare a muoversi con motori euclidei
su strade non euclidee rischiando di non fare molta strada.
Torna, insistente, questa necessità –registrabile nelle affermazioni di
Piero Fassino- di evitare apprensioni o turbative dall’altra parte dell’atlantico. Ma ragionando di democrazia, quale peso debbono avere, nelle
nostre considerazioni, i 300 milioni di americani statunitensi e invece i 600 milioni di latino americani ? E
i 600 milioni di africani e il miliardo di indiani e il miliardo e trecento milioni di cinesi ? Le apprensioni o turbative che stimoliamo
quotidianamente verso le immense periferie del mondo sono secondarie ?
E che titolo hanno i primi (o meglio il loro governo) di
esportare democrazia, mentre sostengono come non contrattabili i loro livelli di benessere finanziati dal resto del mondo, non limitabile il loro
contributo all’inquinamento globale del pianeta, insindacabili i loro interessi strategici, impunibile l’operato dei militari delle loro truppe di
occupazione o dei loro agenti segreti, ecc. ecc.
Non sembra questo un approccio particolarmente
democratico. Si tratta piuttosto di affermazione di arroganza globale nella direzione del “nuovo secolo americano”. O no ?
E quelle elezioni irakene partecipate da sei milioni di persone (un terzo)
in un paese militarmente occupato, senza osservatori internazionali, ecc. ecc., che valore hanno ?
Non sarebbe invece nostro compito prioritario aiutare a far comprendere
–con adeguata insistenza-agli americani degli U.S.A. che noi, occidentali come loro, la vediamo molto diversamente ?
La tentazione di prendere delle scorciatoie improbabili (basta col pensiero
debole e con il relativismo culturale) che accomuna molta destra e parte della sinistra, se è comprensibile per la prima (fa parte della sua strategia
culturale), lo è meno, anzi per niente, per la seconda…
E’ interessante studiare la genesi e la dinamica tra pensieri forti e
deboli e il loro rapporto con i poteri costituiti o costituendi (che una volta si studiava sotto la forma di relazione tra struttura e sovrastruttura):
di solito, un potere non ancora del tutto dispiegatosi, sostiene il pensiero debole contro un potere forte o che si ritiene tale, mirando al suo
“sfondamento”, cioè a destrutturarne il fondamento, le sue basi interpretative.
Poi, quando quel potere vince, ricaccia il pensiero debole tra i rifiuti e
cerca di ristrutturare un pensiero forte a sua immagine e somiglianza.
Oggi accade che un pensiero debole per sua stessa ammissione, nato dal
relativismo, dalla laicità, dalla tolleranza e da un diffuso permissivismo (che sono stati i grandi valori del dopoguerra –soprattutto americani ed
occidentali- giocati contro il pensiero “forte” del socialismo reale), debba richiamarsi ai fondamenti più beceri per autoriprodursi e giustificare
il proprio dominio.
E tuttavia, la natura menzognera di questo potere e del suo tentativo di
rifondare un pensiero forte ed assoluto, non è sfuggita, in occasione della guerra in Iraq, a gran parte dell’opinione pubblica mondiale e nazionale;
(a proposito di quadro nazionale: se facciamo aperture di credito a Bush, cosa andiamo a sindacare su Berlusconi?)
Se c’è una grande occasione in questo divenire globalizzato, essa è
costituita proprio dall’emergere sempre più evidente delle contraddizioni di ogni tipo; contrad-dizioni, dif-ferenze, con-flitti, re-lazioni,
re-latività, in-coerenze, com-plessità.
Rispetto a questa straordinaria apertura, certamente difficile da
comprendere e ancora di più da gestire, che senso ha tornare sui nostri passi ? Cioè verso relazioni categoriche già superate dagli eventi oltre che
dalla teoria ?
La sfida vera è invece proprio quella lanciataci dalla complessità, che
mai potrà essere risolta da una scorciatoia, da una reductio ad unum, poiché si tratterebbe appunto di una riduzione, cioè di una costrizione,
cioè di una operazione di potenza, cioè di una nuova forma di totalitarismo.
Invece la democrazia si nutre di diversità.
Rodolfo Ricci
(Roma, 22.03.2005)
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